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  • Giovedì 20, Venerdì 21, Sabato 22, Domenica 23
  • Ore SABATO 5 e DOMENICA 6 novembre ore 18 - 20.30 (Sala Lampertico)

IO, DANIEL BLAKE

RegiaKen Loach
CastDave Johns (Daniel Blake), Hayley Squires (Katie), Dylan McKiernan (Dylan), Brianna Shann (Daisy), Kate Rutter (Ann), Sharon Percy (Sheila), Kema Sikazwe (China), Micky McGregor (Ivan)
GenereDRAMMATICO
Anno2016
NazioneBELGIO, GRAN BRETAGNA, FRANCIA
DistribuzioneCINEMA DI VALERIO DE PAOLIS
Durata100'
IO, DANIEL BLAKE
 
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Robbie Ryan
Musiche: George Fenton
Montaggio: Jonathan Morris
Scenografia: Fergus Clegg, Linda Wilson
Costumi: Joanne Slater
Produzione: SIXTEEN FILMS, WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, LE PACTE
  • - PALMA D'ORO E MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).
  • La Storia
    Il 59enne Daniel Blake ha lavorato come falegname a Newcastle, nel nord-est dell'Inghilterra per la maggior parte della sua vita. Ora però, in seguito a una malattia, per la prima volta ha bisogno di un aiuto da parte dello Stato. Il destino di Daniel si incrocia con quello di Katie, madre single di due bambini piccoli, Daisy e Dylan, la cui unica possibilità di fuga dalla monocamera in un ostello per senza tetto a Londra è quello di accettare un appartamento a circa 500 chilometri di distanza. Daniel e Katie si troveranno così insieme, confinati in una terra di nessuno e impigliati nel filo spinato della burocrazia delle politiche per il Walfare nella moderna Gran Bretagna.
  • La Critica
    Ken Loach non rinuncia alla sua vocazione unica e preziosa nel panorama cinematografico internazionale; l'urgenza di raccontare, denunciare, dare voce agli ultimi e agli invisibili è più forte della voglia di andare in pensione.
    Ogni film di questa fase della sua carriera è un dono ma ci sentiamo - forse ancora troppo emozionati per essere del tutto lucidi, ma per nulla inclini a pentirci di aver espresso un'opinione a caldo - di dire che I, Daniel Blake è un'opera al livello dei suoi classici. Un film che abbiamo visto qui al Festival di Cannes nel silenzio più assoluto, a testa bassa, partecipi delle umiliazioni subite dai protagonisti: subite quotidianamente da migliaia di persone catturate nell'ingranaggio iniquo e disumano del sistema previdenziale britannico.
    Daniel Blake è un vedovo di Newcastle avanti negli anni, un uomo spiritoso e gentile, attento al decoro del suo condominio, e attento agli altri. Dopo un grave infarto, impossibilitato a lavorare (è un formidabile carpentiere), per sopravvivere deve fare richiesta del contributo previdenziale, ma presto gli giunge l'amara sorpresa: la valutazione di un operatore sanitario che fa arenare la sua pratica perché gli assegna "solo 12 punti dei 15 necessari".
    In attesa di un appello che potrà essere fissato solo dopo l'arrivo di una misteriosa telefonata da parte della "persona con poteri decisionali", un'entità elusiva con cui nessuno, dopo ore e ore di attesa che renderebbero intollerabile a chiunque la Primavera di Vivaldi, sembra poterlo mettere in contatto, l'unico modo che ha per andare avanti è ricorrere al contributo di disoccupazione, per ottenere il quale però Dan dovrà provare di aver cercato attivamente lavoro per un numero ingente di ore settimanali, pena sanzioni gradualmente crescenti (una sospensione dei suoi emolumenti).
    Ma prima ancora di quell'inutile girotondo a detrimento suo, dei datori di lavoro e dei contribuenti britannici, Dan deve affrontare l'umiliante incombenza di inoltrare le sue pratiche on line, completamente digiuno di informatica com'è; e in qualche modo, di fronte alle trappole che gli rendono impossibile un'impresa banale che fa parte ormai della routine per la maggior parte di noi, tutti sentiamo l'eco delle nostre personali frustrazioni burocratiche con quelle procedure che sembrano ideate per convincerci a rinunciare a ciò che ci spetta di diritto. E lo sembrano perché lo sono. Ci strappa più di una risata, il magnifico Daniel Blake di Dave Johns, alle prese con form on line, pagine da "scongelare", e CV scritti meticolosamente a matita. Se non sapessimo già che questo è solo il girone più superficiale del suo inferno.
    Laverty e Loach affiancano a una delle figure tradizionalmente più deboli, l'anziano solo, malato e impossibilitato ad accedere a una pensione, un'altra delle situazioni economicamente più a rischio nella nostra "società del benessere": la madre single. Invece di concentrarsi sui propri problemi, Daniel si guarda intorno per vedere se c'è qualcuno che ha bisogno di una mano, e incontra la giovane mamma di due bambini (una deliziosa e intensa Hayley Squires) costretta a trascinare i piccoli da Londra a Newcastle per tirarli fuori da un ostello e in procinto di incorrere in una delle temute "sanzioni".
    Ma quello che nasce come un sodalizio tra deboli un po' programmatico si trasforma in questo equilibrato, garbato e poetico script in una sincera e toccante amicizia che ci porta, se possibile, ancora più vicini ai personaggi: piccoli gesti, dettagli ricchi di significato, le parole di Daniel su una moglie che gli ha dato gioie e pene ugualmente infinite, una piastrella che si stacca dalla parete del bagno vanificando gli sforzi di una madre che cerca disperatamente di dare una dimora decorosa ai suoi figli, ci regalano personaggi a tutto tondo, figure memorabili e legami credibili e una delle lezioni più importanti di I, Daniel Blake: quando vi dicono che siamo solo molle in un ingranaggio, numeri in un elenco, vittime designate di un sistema che passa per tali e tanti ciechi e snervanti passaggi da perdere qualsiasi umanità, non credeteci. Siamo persone e le persone si aiutano a vicenda.
    Alessia Starace, Movieplayer.it, 14 maggio 2016



    “Il mio nome è Daniel Blake. Sono un essere umano, un cittadino. Tutto quello che chiedo è di essere trattato con dignità. Niente di più, niente di meno”.
    Parole che andrebbero scolpite sulla porta di ogni ufficio pubblico, che risuonano forti e pure nel finale del film, a racchiudere il senso dell’ultima fatica di Ken Loach.
    Il regista inglese è tornato a picchiare duro contro le ingiustizie e le vigliaccate del cosiddetto “stato sociale”, nella sua versione 2.0 fatta di form da compilare online, call center dalla voce metallica e altre disumane quisquilie digitali, venute a sostituire i vecchi e polverosi faldoni della famigerata burocrazia analogica.
    Lo chiamano progresso ma non è cambiato granché dalle parti degli ultimi. Anzi. Dietro i tecnicismi dei moderni operatori del welfare si nasconde sempre il liberismo più spietato, quello che prima ti toglieva il lavoro, il pane, ora persino la dignità, persino il nome. Bisogna ripeterlo allora: Daniel Blake.
    Uno con la faccia di una volta, una faccia rassicurante, una di quelle facce che solo Loach sa scovare (la faccia del comedian Dave Johns), Daniel Blake è un falegname che non può più lavorare da quando ha avuto un serissimo attacco di cuore. Questo almeno è il parere del medico, ma per accedere agli assegni di mantenimento statale non basta: bisogna passare da compagnie private gestite da personale iper-qualificato che ti assegna un numero di procedura e valuta la tua abilità lavorativa. Fanno l’interesse dello Stato, che se può risparmia, e pazienza se mandano in rovina la vita delle persone.
    Come sempre in Loach non ci sono mezze misure: buoni e cattivi. Non basta che Daniel venga vergognosamente vessato da uno Stato a cui ha sempre pagato le tasse. Daniel è anche quello che non si risparmia quando si tratta di dare una mano a una madre single messa forse peggio di lui, Katie (Hayley Squires).
    Sono proprio questi momenti di umanità, persino di tenerezza (molto toccante il rapporto tra Daniel e i due figli di Katie) a regalare al cinema di Loach quell’inconfondibile retrogusto umano, che inchioda la denuncia al cuore dello spettatore.
    Inutile questionare sull’ingenuo schematismo, che pure c’è. Nè lamentare la non evoluzione di uno stile, secco e ruvido come sempre. Qui c’è uno sguardo rimasto fiero e puro, oggi come allora. Uno sguardo un po’ naif, di certo nostalgico, talvolta anacronistico, ma almeno autenticamente suo. Lo sguardo, ad avercene, di Ken Loach.
    Gianluca Arnone, Cinematografo.it, 12 maggio 2016

    È bello ogni tanto verificare che i registi si contraddicono. Era accaduto qualche anno fa con Ermanno Olmi che, presentando Centochiodi, aveva dichiarato che non avrebbe girato più film di finzione. Fortunatamente per noi ne ha già realizzati altri due. Lo stesso succede ora per Ken Loach che sembrava, a sua volta, rivolto al documentario e invece ci regala un film di quelli che solo lui può offrirci. Carico cioè di uno sguardo profondamente umano e al contempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo inscalfibile. Per farlo è ritornato, insieme al fido Paul Laverty, per documentarsi, nella sua città natale, Nuneaton, in cui partecipa all'attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.
    Già dal titolo ritorna alla necessità inderogabile di non cancellare la forza dell'identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell'800 dickensiano. I nomi di persona hanno segnato alcuni dei suoi film più importanti (La canzone di Carla, My Name is Joe, Il mio amico Eric e il precedente Jimmy's Hall). Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i 'tagli' alla spesa sociale e dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà (è questo il termine giusto) delle regole che debbono applicare.
    Daniel e Daisy conoscono il senso della solidarietà e non intendono farlo dissolvere per colpa di chi ne ha volutamente smarrito qualsiasi traccia. La scena più intimamente toccante, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio, si svolge non a caso in un Banco alimentare. Si tratta di quelle realtà che un tempo si sarebbero definite caritatevoli e che oggi prendono il posto che dovrebbe spettare a uno Stato degno di questo nome, con tutta la precarietà che deriva dal volontariato. Non è necessario andare a Newcastle essendo sufficiente passare nelle prime ore del giorno dinanzi ai punti di distribuzione di associazione anche laiche come, ad esempio, Pane Quotidiano a Milano per vedere lunghe file di persone che attendono di poter ricevere la razione alimentare. Il numero di coloro che non sono extracomunitari aumenta ogni giorno. Allora in questo mondo libero Ken Loach continua a proporci le esistenze di persone qualunque con la forza di chi non descrive ma partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde (la perdita o l'impossibilità del lavoro). Daniel, Daisy e i suoi due figli si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una tranche de vie con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio.
    Giancarlo Zappoli, mymovies.it, maggio 2016
  • Il Regista
    Nasce a NUNEATON, Warwickshire (Gran Bretagna) il 17-06-1936. Nasce in una famiglia operaia. Ha studiato legge a Oxford prima di fare l'attore e il regista alla BBC. Negli anni '60, con Tony Garrett, ha prodotto alcuni documentari di grande impatto. Nel 1968 ha fondato una sua società di produzione, la Kestrel Film, con la quale ha realizzato la maggior parte dei suoi film. La preferenza per i temi sociali e politici diventa una sorta di suo marchio di fabbrica che lo rende uno dei registi europei più apprezzati dalla critica. Ha esordito alla regia nel 1967 con 'Poor Cow'. Dopo aver lavorato, negli anni '70, soprattutto per la tv, nel 1980 è tornato al cinema con 'Black Jack'. Nel 1990 e nel 1993 ha vinto il Premio speciale della Giuria a Cannes con 'L'agenda nascosta' e 'Piovono pietre'. Nel 1992 la commedia 'Riff-Raff' ha vinto il Felix per il miglior film europeo. Nel 1994 riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera.


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