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  • Lunedì 24, Martedì 25, Mercoledì 26, Giovedì 27
  • Ore 22.00 LUNEDì ....... MARTEDì e MERCOLEDì ore 15.30 - 17.40 - 20 - 22.10 .... GIOVEDì ore 15.30 - 17.40 - 20

DIANA

RegiaOliver Hirschbiegel
CastNaomi Watts (Principessa Diana), Naveen Andrews (Dott. Hasnat Khan), Douglas Hodge (Paul Burrell), Geraldine James (Oonagh Toffolo), Charles Edwards (Patrick Jephson), Cas Anvar (Dodi Fayed), Juliet Stevenson (Sonia), Daniel Pirrie (Jason Fraser), Jonathan Kerrigan (Colin)
GenereDRAMMATICO
Anno2013
NazioneGRAN BRETAGNA
DistribuzioneBIM
Durata113'
DIANA
 
Sceneggiatura: Stephen Jeffreys
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Hans Funck
Scenografia: Kave Quinn
Arredamento: Niamh Coulter
Costumi: Julian Day
Produzione: ECOSSE FILMS, IN COPRODUZIONE CON FILMGATE FILMS, LE PACTE, SCOPE PICTURES, FILM I VÄST
  • La Storia
    Ritratto di Diana, Principessa del Galles, durante gli ultimi due anni della sua vita, quando sembrava aver finalmente trovato la vera felicità e raggiunto successi personali sul piano dell'attivismo umanitario internazionale.
  • La Critica
    Gli ultimi annidi Lady D raccontati come un grande romanzo rosa. Senza inutili dietrologie, senza stare troppo a interrogarsi sul peso politico e mediatico del personaggio, né tanto meno speculare su possibili complotti. Ma puntando tutto sui sentimenti, che sono universali e soprattutto insondabili. È il concetto centrale di questo film diretto dal tedesco Oliver Hirschbiegel, che (...) ricostruisce l'ultimo atto della principessa triste martellando dall'inizio alla fine su uno e un solo elemento. C'è stato un terzo uomo dopo il principe Carlo e prima di Dodi Al-Fayed. (...) Non sono solo illazioni, sia chiaro. Dietro la sceneggiatura di Stephen Jeffreys c'è la biografia romanzata di Kate Snell (Sperling & Kupfer). Ma il film si siede su questa chiave già semplicistica senza mai usarla per leggere in una luce più penetrante la vicenda (...). La Diana di Hirschbiegel infrange (...) con indifferenza, i tre punti che ogni film biografico dovrebbe evitare come la peste. Il primo potremmo definirlo la sindrome del cameriere, dal detto di Hegel: Nessun grand'uomo è tale per il suo cameriere. Lo sapevamo, grazie. Se qualcuno dedica un film a una celebrità salti questo passaggio, o almeno lo dia per scontato. Invece il regista non perde mai occasione di insistere sui dettagli minuti che dovrebbero umanizzare e imborghesire la povera Diana. Dalle scarpe sfilate appena mette piede in casa agli orsacchiotti di peluche sul divano (con un bel momento, siamo giusti: quando esasperata dalla rottura Lady D rincasa in tutta furia e si mette al piano per suonare Bach con l'impermeabile addosso ma a piedi nudi, appunto). Secondo pericolo: puntare tutto sui dialoghi. Se non si ha a che fare con Anna Bolena ma con un personaggio che ha passato la vita a farsi inseguire da paparazzi e cameramen, un film degno di interesse dovrebbe insistere sulle immagini e la loro ambiguità (...). A meno di avere a disposizione fonti di primissima mano e un dialoghista del livello di Oscar Wilde. Il terzo pericolo, addirittura ovvio, consiste nella somiglianza. Non serve un sosia per rievocare una celebrità, ma bisogna almeno evitare le false somiglianze. Ora, benché bionda e inglese, almeno di nascita, la minuta e nervosa Naomi Watts, peraltro eccellente attrice, non ricorda nemmeno lontanamente Lady D. Non ha il suo sguardo ferito e insieme ironico, non il suo sorriso, né la sua corporatura. Dettagli, si dirà. La rappresentazione dovrebbe essere più forte della realtà (delle apparenze). Non conta la somiglianza, conta l'adesione interiore. Ma in mancanza di quella, per semplicismo di fondo, la poca somiglianza diventa un vero boomerang. Alla fine la figura più interessante del film, bel paradosso, è quella del chirurgo, che ha il vantaggio di essere un perfetto sconosciuto. E quando poi si sfiorano i passaggi più sensibili nella parabola della principessa, come la campagna contro le mine antiuomo fra i piccoli mutilati in Angola, la disinvoltura e la leggerezza dell'impianto diventano davvero stridenti. Un'occasione perduta. Anzi, forse nemmeno cercata.
    Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 ottobre 2013

    Accettare la parte della principessa più famosa del mondo in un film era già un azzardo. Farlo sulla base di una sceneggiatura che sembra copiata da «Cuori rubati», sotto la direzione di un regista che ha candidamente ammesso di non essersi mai interessato a Diana prima del film, è stato forse il più grande errore della sua carriera. (...) Naomi Watts non sembra mai Diana: è molto più bassa di lei, ha sempre il viso teso mentre la principessa era radiosa negli ultimi anni della sua vita, non sembra nemmeno inglese, e non c'è modo di imitare quella voce da bambina che tutti ricordano mentre dice in tv: «Nel nostro matrimonio eravamo in tre». (...) Il film piacerà agli appassionati delle soap opera e li farà piangere, e farebbe la sua bella figura nella programmazione pomeridiana di Retequattro. Ma con Diana c'entra poco. (...) Preoccupati dall'accoglienza al vetriolo ricevuta in Gran Bretagna, Naomi Watts, il regista Oliver Hirschbiegel e Naveen Andrews, che interpreta Hasnat Khan, hanno detto che il film ha cercato in tutti i modi di essere rispettoso della memoria di Diana. Ma c'era un modo migliore di essere rispettosi: non farlo." (Vittorio Sabadin, 'La Stampa', 2 ottobre 2013)

    (...) Da salvare è la strepitosa performance di Naomi Watts, magnetica nel replicare l'unicità di un mito. È quasi maniacale nel riprodurre la complessità e la vulnerabilità di Lady D. Solo per la sua prova d'attrice, val la pena andare in sala. Non è altrettanto efficace Naveen Andrews nella parte di Hasnat, travolto dalla banalizzazione con la quale è ritratto il suo personaggio. C'è chi ha scritto, impietosamente, come il critico del Guardian che «la tremenda verità è che 16 anni dopo quel terribile giorno, nel 1997, lei è morta di un'altra morte orribile». Difficile dargli torto.
    Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 2 ottobre 2013

    Il tempo: i due anni che precedono la fine. Il tema: il contrastato incontro con il cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan. Che avrebbe già commentato negativamente il film lamentandone la natura di gossip. Nel '95 Diana è già in crisi matrimoniale con Carlo ma non ancora divorziata. E' sofferente, triste, sola. La sua vita resta complicata ma lo stato d'animo cambia con l'inaspettata relazione amorosa che la lega al medico. Sappiamo del suo slancio e del suo impegno umanitario. La vita dell'uomo, che la ama, ne è sconvolta. La frequentazione di Dodi Al-Fayed sarebbe stato solo un diversivo, pilotato da Diana, per proteggere Hasnat. Sembra l'apoteosi del luogo comune ma è pur vero, e questo il film e la sua interprete Naomi Watts lo esprimono bene, che la posizione più privilegiata del mondo può coincidere con un baratro di infelicità.
    Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 3 ottobre 2013

    Sono gli ultimi due anni di vita quelli riepilogati in 'Diana', che si concentra sul travagliato rapporto sentimentale con il cardiochirurgo di origine pakistana Hasnat Khan. Vicenda già raccontata nel libro 'Diana: l'ultimo amore segreto della principessa triste' di Kate Snell, anche consulente del film condotto dal tedesco Oliver Hirschbiegel su un blando registro di soap-opera. Incorniciato dalla tragica notte del 31 agosto '97 in cui Diana trovò la morte, il flashback prende via nel '95, dopo il divorzio da Carlo e a ridosso della controversa intervista alla BBC di cui il film ricostruisce alcuni momenti, con Naomi Watts che piega la testa nel modo caratteristico che era della principessa. Quell'intervista sarebbe stata un buon punto di partenza. Perché la principessa si confessò in tv con tanta sconcertante franchezza? Per vendicarsi della famiglia reale, per protagonismo, ingenuità, malizia, stupidaggine, fragilità? Sono interrogativi che, ben sviluppati, avrebbero creato un ritratto più contraddittorio e vivo di quello disegnato nel debole copione di Stephen Jeffreys. (...) Della principessa emergono (...) alcuni tratti più interessanti, autonomi e ambigui, come la sua abilità a manipolare i media o un innato istinto di prevaricazione. Ma restano degli «a parte» che Jeffreys non riesce a imbastire in maniera dialettica nel quadro complessivo. Gli attori sarebbero anche bravi, non fosse che sono penalizzati dalla banalità delle battute e dal carattere monocorde dei personaggi. Se vogliamo, nella guerra segreta fra sua maestà la regina e la nuora, Elisabetta ha vinto due volte: nella vita pubblica (è più che mai amata) e sullo schermo, dove l'eccellente trio Frears regista/Mirren interprete/Morgan sceneggiatore ha provveduto a immortalarla con ben altro estro.
    Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 ottobre 2013

    Fragile, insicura, piena di carenze affettive, ma dal cuore grande. Soprattutto quando le batte per l'uomo che ama, finalmente ricambiata. Tanto che la vediamo intenta ai fornelli, preoccupata di non essere all'altezza della cena romantica che sta preparando. Oppure fare levatacce notturne per correre in ospedale dal suo lui che ha appena salvato la vita a qualche paziente. Più che una principessa sembra quasi una Cenerentola questa Lady D. dal volto di Naomi Watts portata al cinema, con grande clamore, da Oliver Hirschbiegel, regista tedesco nato dalla tv e «specializzato» in ritratti: suo è anche quello di Hitler ('La caduta') immortalato nei suoi ultimi giorni nel bunker berlinese. Per questo i produttori hanno puntato su di lui, pensando ad un'operazione commerciale da gran cassa mediatica. Se documentari e tv hanno «spolpato» un po' tutti gli aspetti della vita della «principessa triste», per portarla al cinema ci voleva giusto una bella storia d'amore. Ecco dunque 'La storia segreta di Lady D', come recita il titolo, in cui si racconta l'amore, per niente segreto, tra Diana e il cardiochirurgo pachistano Hasnat Khan (Naveen Andrews). Vicenda che in Gran Bretagna ha riempito a lungo le cronache e che riempie il film con i toni più consumati e vacui del melò.
    Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 3 ottobre 2013
  • Il Regista
    Regista tedesco specializzato in drammi ambientati in ambienti claustrofobici, Oliver Hirschbiegel ha iniziato la propria carriera dirigendo serie e film tv polizieschi in patria, prima di conseguire il successo internazionale con il controverso La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler.
    Oliver Hirschbiegel nasce ad Amburgo il 29 dicembre 1957. Dopo il diploma alla Waldorf School, lavora per un certo periodo nelle cucine di una nave. Al rientro a casa, studia pittura e grafica all'Accademia di Belle Arti e si accosta all'universo della fotografia e dei video. Fonda "Infermental", rivista dedicata al cinema, e si cimenta con le prime riprese e installazioni artistiche. I suoi primi video sperimentali attirano l'attenzione di alcuni produttori della televisione tedesca. Vi inizia a lavorare nei primi anni Ottanta con piccoli ruoli di attore e tecnico, prima di debuttare alla regia nel 1986 con il film tv Das Go! Projekt, di cui è anche sceneggiatore. Nel 1991 il suo Murderous Decisions crea una piccola rivoluzione nella tv tedesca: questo thriller racconta la stessa storia dal punto di vista di due personaggi diversi in due film separati, trasmessi simultaneamente dai canali ARD e ZDF, consentendo agli spettatori di scegliere il punto di vista prediletto in base allo svolgimento della situazione. Hirschbiegel diventa un regista televisivo di successo dirigendo diversi episodi di Tatort (1992-1994), la serie poliziesca tedesca più longeva nei paesi germanofoni, trasmessa dal 1970 a oggi, e aggiudicandosi il Premio Adolf Grimme, l'Oscar della tv tedesca. Ormai specializzato nel poliziesco, dal 1996 al 1997 dirige alcuni episodi della celebre serie tv Il commissario Rex, da cui trae il film tv Rex cucciolo - Le avventure di un piccolo commissario (1997). Hirschbiegel debutta sul grande schermo nel 2001 con il thriller psicologico The Experiment, incentrato su un gruppo di persone reclutate per uno strano esperimento, teso a rivelare fino a che punto può spingersi il comportamento umano quando non è condizionato dai vincoli imposti dalla società. Film claustrofobico e ossessivo, The Experiment ha riscosso un enorme successo di critica e pubblico in patria, conseguendo diversi premi. Mein letzter Film (2002), kammerspiel interpretato dalla sola Hannelore Elsner, cinquantenne che vuole cambiare la propria vita, suscita l'approvazione della critica tedesca. Ma è nel 2004 che il regista si guadagna la popolarità all'estero con il controverso La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler, incentrato sugli ultimi giorni di vita di Adolf Hitler, raccontati dal punto di vista della sua giovane segretaria. Candidato all'Oscar come miglior film straniero, ha generato polemiche, soprattutto in patria, perché ritrae Hitler e i nazisti come esseri umani. Molto più apprezzato all'estero, La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler ha ricevuto diversi premi e si è affermato come grande successo commerciale. mDopo aver terminato Ein ganz gewöhnlicher Jude (2005), un altro ambizioso film da camera, Hirschbiegel esordisce a Hollywood, dove dirige Invasion (2007), remake del classico fantascientifico L'invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel. Durante la lavorazione emergono divergenze creative con la Warner Bros, casa produttrice, che licenzia il regista tedesco poco prima della fine del progetto e assegna all'australiano James McTeigue l'incarico di rivedere parti del film. Nel 2009 Hirschbiegel dirige l'attore Liam Neeson in Five Minutes of Heaven, dramma inglese che ricostruisce la storica uccisione, avvenuta nel 1975, del diciannovenne cattolico Jim Griffin da parte del diciassettenne Alistair Little, membro dell'Ulster Volunteer Force, organizzazione paramilitare nordirlandese che si opponeva all'IRA. La seconda parte del film immagina un incontro tra l'assassino e il fratello della vittima, che assistette all'omicidio a soli otto anni, trentatré anni dopo i fatti narrati. Nel 2011 Hirschbiegel torna in televisione per dirigere alcuni episodi della fortunata serie I Borgia, prodotto dall'anima europea e dal cuore americano che racconta le vicende e gli intrighi di una delle famiglie più influenti della Roma rinascimentale. Nel 2013 il regista sbarca nuovamente a Hollywood per dirigere Diana - La storia segreta di Lady D., primo vero biopic sulla principessa divinizzata dalle masse, che racconta gli ultimi due anni di vita di Diana, ovvero la storia della sua relazione segreta con il cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan.


ARCHIVIO FILM

IO SONO TU
di Seth Gordon

UNA CANZONE PER MARION
di Paul Andrew

IN TRANCE
di Danny Boyle

ELYSIUM
di Neill Blomkamp

L'INTREPIDO
di Gianni Amelio

UN PIANO PERFETTO
di Pascal Chaumeil

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di Sofia Coppola

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di Alfonso Cuarón

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di Anne Fontaine

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di Rocco Papaleo

LA PRIMA NEVE
di Andrea Segre

CAPTAIN PHILLIPS
di Paul Greengrass

ZORAN, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski

IN SOLITARIO
di Christophe Offenstein

LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE
di Pierfrancesco Diliberto

BLU JASMINE
di Woody Allen

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY
di Ben Stiller

PHILOMENA
di Stephen Frears

AMERICAN HUSTLE
di David O.Russell

DIANA
di Oliver Hirschbiegel

THE BUTLER
di Lee Daniels

IL CAPITALE UMANO
di Paolo Virzì

TUTTA COLPA DI FREUD
di Paolo Genovese

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese

I SEGRETI DI OSAGE COUNTY
di John Wells (II)

12 ANNI SCHIAVO
di Steve McQueen (II)

STORIA D'INVERNO
di Akiva Goldsman

MONUMENTS MEN
di George Clooney

SOTTO UNA BUONA STELLA
di Carlo Verdone

ALLACCIATE LE CINTURE
di Ferzan Özpetek

NOAH
di Darren Aronofsky

FINO A PROVA CONTRARIA - Devil's Knot
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STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI
di Brian Percival