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  • Lunedì 27, Martedì 28, Mercoledì 29, Giovedì 30
  • Ore 22.00 LUNEDì .... MARTEDì e MERCOLEDì ore 16 - 18 - 20 - 22 ..... GIOVEDì ore 16 - 18 - 20

BLU JASMINE

RegiaWoody Allen
CastCate Blanchett (Jasmine) Alec Baldwin (Hal) Sally Hawkins (Ginger ) Louis C.K. (Al) Bobby Cannavale (Chili)Andrew Dice (Clay Augie) Peter Sarsgaard (Dwight ) Michael Stuhlbarg (Dott. Flicker) Daniel Jenks (Matthew) Max Rutherford (Johnny) Kathy Tong (Raylene) Max Casella (Eddie) Ali Fedotowsky (Melanie) Alden Ehrenreich (Danny) Tom Kemp (Nat) Emily Hsu (Amy) Tammy Blanchard (Jane) Annie McNamara (Nora) Shannon Finn (Sharon)
GenereCOMMEDIA
Anno2013
NazioneUSA
DistribuzioneWARNER BROS. PICTURES ITALIA
Durata98'
BLU JASMINE
 
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Santo Loquasto
Arredamento: Regina Graves Kris Boxell
Costumi: Suzy Benzinger
Produzione: PERDIDO PRODUCTIONS
  • La Storia
    Di fronte al fallimento di tutta la sua vita, compreso il suo matrimonio con il ricco uomo d'affari Hal, Jasmine, una donna elegante e mondana newyorkese, decide di trasferirsi nel modesto appartamento della sorella Ginger a San Francisco, per cercare di dare un nuovo senso alla propria vita. Jasmine arriva a San Francisco in uno stato psicologico molto fragile, la sua mente è annebbiata dall'effetto dei cocktail di farmaci antidepressivi. Sebbene sia ancora in grado di mantenere il suo portamento prettamente aristocratico, in verità lo stato emotivo di Jasmine è precario e totalmente instabile, tanto da non poter neanche essere in grado di badare a se stessa.
  • La Critica
    I critici anglosassoni si sono soffermati sugli echi di Un tram chiamato desiderio, sulla fortuna di San Francisco nel cinema di Allen, sui suoi indelebili personaggi femminili, cui ora si deve aggiungere la Jasmine di Cate Blanchett, ma non di solo cinema vive un uomo, e anche Woody si deve adeguare: quanti rovelli, magagne, vissuti e trascorsi privati ci sono in questo suo ultimo film? Tanti, e l’ineluttabile amarezza, la necessaria infelicità di Blue Jasmine non sembra scelta meramente artistica, ricorso poetico, evenienza drammaturgica: Jasmine sta male e, parrebbe, Woody pure, ma il pubblico dove sta? Specchiandosi in Jasmine, a metà strada: attrazione e repulsione, l’immedesimazione è il tertium non datur.
    Su Woody uomo vai a sapere, ma il cineasta sta benone: forse, dovrebbe curare meglio le scene, qui e là si sente il “buona la prima”; forse, la contemplazione delle classi basse non è il suo forte; forse, la stanchezza e la prospettiva sul fine vita rendono amari e non gli fanno più amare i suoi personaggi; forse, ma Blue Jasmine è uno degli Allen migliori da Pallottole su Broadway.
    Moltissimo va ascritto a Cate Blanchett, splendida altalena emozionale nei panni dell’eponima socialite neworkese che, complice il tracollo del marito (Alec Baldwin, perfetto) fedifrago e truffatore à la Bernie Madoff, passa dalle stelle alle stalle, raggiungendo esaurita e disoccupata la sorella povera (Sally Hawkins, ottima) a San Francisco. Occasione di rinascita, riscatto, resurrezione? Macché, è durissima: la sorella ha un fidanzato macho (Bobby Cannavale), due marmocchi da un precedente matrimonio (l’ex marito è uno dei tanti rovinati da Baldwin), eppure, sta meglio lei.
    Jasmine no: alterna sofisticatezza glam – è vestita da Dio, complimenti alla costumista – e disperazione alcoolica (il bicchiere sempre in mano, vodka martini su tutti), vagheggia una nuova vie en rose e poi parla da sola, è un pendolo impazzito tra passato e presente, nostalgica potenza e atto rovinoso (gli attributi si possono scambiare). Soprattutto, non sa stare da sola. Studia informatica per darsi al design d’interni online, lavora da un dentista arrapato, poi trova un bel diplomatico con ambizioni politiche (Peter Sarsgaard): il principe azzurro?
    Potrebbe, ma Allen non (si) racconta più favole: dopo Midnight in Paris e To Rome with Love, il back in the US è una carezza in un pugno, una risata nella tragedia, una scorza di limone nel martini, buttato giù previo Xanax. Se per per Kechiche (titolo internazionale de La vita di Adele, dal fumetto omonimo) Blue is the warmest colour, per Allen no: blu rimane il colore della tristezza. Blue Jasmine, l’onnipresente Blue Moon e un altro pianeta-pillola già osservato da Lars Von Trier: Melancholia.
    Federico Pontiggia, Cinematografo.it, 3 dicembre 2013

    Rassicurati dall'esordio all'insegna dell'abituale jazz sull'abituale font dei titoli di testa, rigorosamente nell'abituale bianco su nero, ci prepariamo all'abituale "ronde" di incontri ed incroci e dissertazioni più o meno umoristiche sulla tragicommedia della vita, ma pian piano veniamo zittiti e sorpresi da un personaggio femminile gigantesco, che è insieme tutte le attrici di Woody Allen (Mia Farrow e Dianne Wiest in particolare, ma anche la Gena Rowlands di Un'altra donna) e una protagonista senza precedenti, per maturità di scrittura e resa interpretativa.
    Jasmine arriva da New York a San Francisco in prima classe, senza smettere un secondo di raccontare i dettagli della sua storia alla vicina di posto, che si rivela essere una perfetta sconosciuta. Poi sarà la volta dello sproloquio riservato ai nipotini grassocci, altrettanto interdetti, e sempre di più del monologo, perché Jasmine non ha altro interlocutore possibile che se stessa: è un personaggio tragico, che non sa adattarsi al presente, legata ad un passato che non smette di riaffiorare e ad un immaginario (lo stesso per cui ha cambiato il suo nome da Jeanette in Jasmine) che si è costruita addosso come una seconda pelle.
    Il fatto che la crisi della protagonista sia in relazione con la crisi della finanza e con l'ambiguità morale di una certa condotta di vita, non ci dice soltanto dello scarso ottimismo sociale del regista, che di per sé è cosa nota, ma ci racconta anche quanto lucido e attuale sia il suo sguardo sul mondo, quanto acutamente antropologico, anziché narcisista come viene spesso liquidato. Ci ricorda lo straordinario talento del comico newyorkese per la tragedia. Ci fa vivere ogni minuto l'effetto che fa uno scambio d'eccezione come quello tra il regista giusto e la giusta musa. Lui le consegna un copione perfetto, memore di Fitzgerald e Blanche DuBois (ottima anche Sally Hawkins nei panni di Stella/Ginger), e lei lo fa vivere con una forza e una vulnerabilità dirompenti. La regia di Allen, vibrante e sofisticata come non era da tempo, non nasconde la compassione, la Jasmine di Cate Blanchett, che sullo schermo parla da sola, instaura un dialogo speciale con la macchina da presa. Insieme, mantengono la leggerezza fino all'ultimo, mentre il dramma si va lentamente affacciando e imponendo.
    Marianna Cappi, Mymovies.it, dicembre 2013

    A San Francisco finiscono i “dropout” d’America. E’ la città degli Stati Uniti storicamente più tollerante ed accogliente nei confronti delle parti più deboli della società (gay in primis come insegna il personaggio di Emile Hirsch in Milk, arrivato a San Francisco per trovare altri compagni di strada omosessuali nel quartiere fortino di Castro) e basta fare un giro in città per accorgersi che la metropoli è piena di “pazzi”, reduci di guerra, homeless che spesso parlano da soli seduti sulle panchine in mezzo a cittadini impegnati nel tran tran quotidiano. E’ come se facessero parte integrante dell’ambiente. Uno di questi “pazzi” potrebbe essere tranquillamente la bella bionda dagli occhi malati Jasmine (Cate Blanchett), un passato da altolocata moglie ricca newyorchese arrivata da poco a San Francisco per andare a vivere dalla sorella “con i geni peggiori” Ginger (Sally Hawkins) per via di un’improvvisa crisi finanziaria dopo il divorzio da marito suicida in carcere che sembrava avere tutto e invece l’ha lasciata con niente (Alec Baldwin). Le due sorelle sono state adottate dal mondo dopo un’infanzia allo sbando. Solo che Ginger è stata adottata dalla working class (infatti Allen sceglie l’inglesina lanciata da Mike Leigh Sally Hawkins). Jasmine, invece, ha sempre viaggiato in un altro vagone: alta società. Questo perché è sempre stata più alta, più bella, più ambiziosa. Qui non c’è un tram chiamato Desiderio che dalla stazione di San Francisco porta Jasmine nel quartiere povero dove abita la sorella come accadeva a Blanche. Qui lo scontro sessuale del capolavoro letterario di Tennessee Williams, chiaramente citato, lascia il posto a un classico film morale alleniano più femminile (manca il Kowalski di Brando in tutta la sua brutale importanza) con chiare prese di posizione a favore dei “poveri” rispetto ai “ricchi”. Ken Loach apprezzerebbe molto l’assunto. Forse meno le conclusioni più pessimistiche di Allen. Nessun tram, dunque, a collegare arrivo di sorella sofisticata (come Blanche in Un tram...) verso casa di sorella buzzicona (come Stella), ma solo un tassista impiccione e invadente (come tutti a San Francisco; bravissimo Woody Allen, da arcigno newyorchese, a individuare subito questa caratteristica dell’esuberante, fricchettona “Cisco” rispetto alla sua più compassata New York) con il fiato sul collo di Jasmine mentre quella prende contatto con la sorella dopo aver ammorbato per ore e ore una vecchina in aereo come faceva Ted Striker nel 1980 ne L’aereo più pazzo del mondo (uno dei dieci film più divertenti del mondo secondo Woody Allen; siamo totalmente d’accordo) della Zaz. Diciamo però che Joey Carlin sarà più fortunata rispetto alla mitica Ann Nelson de L’aereo più pazzo del mondo, la quale inaugurava la serie di suicidi tra gli ascoltatori di Ted... impiccandosi in pieno volo. In eleganti quanto perfettamente montati blocchi narrativi tra passato e presente, veniamo a scoprire sempre meglio, fino a colpo di scena finale, la Jasmine del passato, superficiale signora truffata da marito intrallazzatore e traditore (Alec Baldwin con l’età sempre più incisivo come un raggio laser, come diceva Orson Welles di James Cagney), e la Jasmine del presente (assistente di un dentista impacciato di San Francisco e studentessa “fuori corso” alla Don Jon di Joseph Gordon-Levitt) in contrasto profondo con la realtà sociale e sentimentale di una sorella sfigata di cui non condivide niente, dal taglio dei capelli agli uomini che frequenta: in passato il rozzo Augie (Andrew Dice Clay, uno degli stand up comedian più controversi degli ’80 resuscitato con genialità come ha fatto David O. Russell con Chris Tucker ne Il lato positivo) e nel presente... il rozzo Chili (un Bobby Cannavale superlativo grazie anche a un taglio di capelli idiota da “proletario vorrei ma non posso”). E se Ginger subisse troppo l’influsso di Jasmine? E se Jasmine trovasse un nuovo amore consono alle sue alte aspettative anche in quella città così di basso profilo rispetto alla sua New York? Diciamo subito che Blue Jasmine, come già accennato in precedenza, appartiene al filone alleniano che potremmo definire dei Racconti morali. Della produzione più recente è sicuramente fratello vicino dei londinesi Sogni e delitti (2007; la cupidigia è sbagliata), Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010; da maschi vecchi è sbagliato evitare l’andropausa inseguendo le ragazzine; da scrittori frustrati è sbagliato rubare un romanzo geniale da un collega in coma) e molto lontano dalla dolce satira parigina del concetto di nostalgia (Midnight in Paris 2011) o dalla vacanza romana molto gioco dell’ocra (To Rome with Love 2012). La prova della vita la fornisce una Cate Blanchett superlativa, dagli occhi gonfi di frustrazione, imbottiti di psicofarmaci, ineluttabilmente malati di follia come un personaggio tragico votato alla perdizione. Sicura nomination Oscar per lei. Nel leggero giallo della fotografia di Javier Aguirresarobe, perfetto cromaticamente per “ammalare” città e personaggi, la sua Jasmine è una convalescente con un piede ancora in ospedale che passa nel giro di un battito di ciglia dall’essere desiderabile a sudaticcia, da bella a brutta, da simpatica ad antipatica. L’unica cosa che non cambia è la sua inseparabile borsa Hermès, feticcio di un tempo da cene eleganti. Tutta la recitazione della Blanchett può essere sintetizzata con un aggettivo: febbrile. Ed è così potente che alla fine del film ti senti o contagiato o ancora più immune rispetto alla sua malattia. I ricchi, per Allen, fanno schifo perché mentono (sia nell’alta finanza che ad un party borghese dove l’adultero finge di passare per un passionale innamorato; quindi sia socialmente che privatamente), rubano e non hanno senso di colpa (sempre essenziale, da Bergman, il senso di colpa per Woody Allen). I poveri, per Allen, sono molto meglio anche se un terribile complesso di inferiorità (Marx e Loach... qualcuno ha lasciato il lavoro a metà!!) li porterà a non saper mai ben esplicitare questa loro superiorità morale (Chili dice cose giuste ma urla e strepita passando così dalla parte del torto), sempre pronti a scimmiottare i ricchi facendosi abbindolare da belle parole e vestiti eleganti. C’è ancora molta strada da fare, ci dice Allen. Ed ha perfettamente ragione. Il finale, più ci pensi, più è inquietante e avvicina il film all’Allen nichilista di Crimini e misfatti (1989) e Match Point (2005). La sorella povera, per puro caso, recupererà l’amore rozzo ma stabile e onesto. Per puro caso. La sorella ricca, per via di una colpa del passato che torna a galla come un cadavere che si voleva occultare, finirà a parlare da sola su una panchina di San Francisco con le persone che si allontanano frettolosamente (stavolta non si è costretti ad ascoltarla come in aereo). mE’ un Racconto morale dove per un nonnulla il cattivo sta male e il buono può proseguire la sua nvita. nMa è solo un caso. Poteva andare anche al contrario. Tra i tanti “pazzi” di San Francisco... ora c’è anche Jasmine. La riconoscerete per la borsa. Francesco Alò, 35mm.it, dicembre 2013
  • Il Regista
    Woody Allen (Allan Stewart Konigsberg)
    Nasce a NEW YORK (USA) il 01 dicembre 1935. Regista, attore, sceneggiatore, compositore. Nato a Flatbush, un rione di Brooklyn, da una famiglia ebraica di origine ungherese. A soli sedici anni decide di adottare il nome d'arte di Woody Allen e comincia a guadagnare i primi soldi vendendo le sue gag prima per strada e poi ai comici televisivi. Falliti gli studi sia alla New York University che al City College, inizia a lavorare come 'gang man' per alcuni spettacoli televisivi e come presentatore nei night clubs, alternando esibizioni comiche e musicali (suona il clarinetto dall'età di dodici anni). Prima di tentare la strada del cinema ottiene un grande successo a Broadway con le sue commedie: "Don't drink the Water" e "Play it again Sam". Nel 1965 debutta ad Hollywood come attore e sceneggiatore con "Ciao Pussycat" (What's new Pussycat) di Clive Donner. Il primo film lo dirige nel 1969: "Prendi i soldi e scappa" (Take the money and run). Nel corso della sua carriera ha ricevuto diciotto nominations all'Oscar vincendone tre: per la regia e la sceneggiatura originale di "Io & Annie" (Annie Hall) nel 1977 e per la sceneggiatura originale di "Hanna e le sue sorelle" (Hannah and her sisters). "Io & Annie" ha vinto anche l'Oscar come miglior film. Nel 1995, anno del centenario del cinema, riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera, ritirato in sua vece da Carlo Di Palma, che in quell'occasione dichiara "Ritirare premi al suo posto è diventato quasi un lavoro a tempo pieno, vista la sua idiosincrasia per le cerimonie pubbliche".


ARCHIVIO FILM

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