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  • Martedì 8, Mercoledì 9, Giovedì 10 Gennaio 2008
  • Ore 15:40 - 17:50 - 20 - 22:10

I VICERÉ

RegiaRoberto Faenza
CastAlessandro Preziosi (Consalvo), Lando Buzzanca (Principe Giacomo), Cristiana Capotondi (Teresa), Guido Caprino (Giovannino), Lucia Bosé (Donna Ferdinanda), Franco Branciaroli (Conte Raimondo), Assumpta Serna (Duchessa Radalì), Sebastiano Lo Monaco (Don Gaspare), Giselda Volodi (Lucrezia), Paolo Calabresi (Benedetto Giulente), Biagio Pelligra (Baldassarre), Giovanna Bozzolo (Graziella), Pep Cruz (Don Blasco), Vito (Fra' Carmelo), Jorge Calvo (Michele Radalì), Anna Marcello (Chiara), Katia Pietrobelli (Donna Margherita), Larissa Volpentesta (Concetta), Danilo Maria Valli (Federico), Magdalena Grochowska (Donna Isabella), Daniela Terreri (Lucia), Maria Rita Fenzato (Matilde), Pino Calabrese (Conte Fersa), Mario Pupella (Garino), Piergiuseppe Giuffrida (Ludovico), Giorgia Biferali (Rosa), Matthieu Tornatore Legavre (Consalvo), Federico Baroni (Tancredi a 4 anni), Mimmo Esposito (II) (Tancredi a 8 anni), Shania Sargentoni (Teresa), Ciro Di Capua (Michele), Edoardo De Gennaro (Giovannino)
GenereDRAMMATICO, STORICO
Anno2007
NazioneITALIA
Distribuzione01 DISTRIBUTION
Durata120'
I VICERÉ
 
Soggetto: Federico De Roberto (romanzo), Roberto Faenza
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Francesco Bruni, Filippo Gentili, Andrea Porporati, Tullia Giardina (collaborazione), Renato Minore (collaborazione)
Fotografia: Maurizio Calvesi
Musiche: Paolo Buonvino
Montaggio: Massimo Fiocchi
Scenografia: Francesco Frigeri
Arredamento: Francesco Frigeri
Costumi: Milena Canonero
Effetti: Stefano Marinoni
  • Note
    - CONSULENZA STORICO-LETTERARIA: ANTONIO DI GRADO E SANDRO BONELLA.
    - RIPRESE EFFETTTUATE A PALAZZO CHIGI DI ARICCIA, A ROMA E IN SICILIA.
  • La Storia
    Sicilia, metà dell'Ottocento. La dominazione borbonica sta per terminare e con essa tutto un mondo è in dissoluzione e deve fare i conti con l'imminente nascita dello Stato italiano. Consalvo, ultimo erede degli Uzeda, la famiglia dei Vicerè di Spagna, dalle esequie della zia Teresa all'età adulta è testimone e protagonista della perpetua guerra della sua casata nella corsa al potere e alla ricchezza. E per raggiungere il loro scopo, i componenti della famiglia, ognuno con la sua complessa personalità, non esitano a mettere in atto intrighi, lotte e misteri. Primo fra tutti il principe Giacomo, padre di Consalvo, un uomo superstizioso e tirannico interessato più al patrimonio familiare che all'amore per i propri cari.
  • La Critica
    Bello e ricco, 'I Viceré' di Roberto Faenza presenta almeno tre sorprese, ha tre meriti principali. Innanzi tutto riporta all'attenzione uno straordinario romanzo storico (...) Secondo merito, aver dato l'occasione giusta a un attore come Lando Buzzanca che è bravissimo, quasi una rivelazione, nel personaggio del catanese Giacomo Uzeda principe di Francalanza e Mirabella. Terzo merito, una realizzazione assai inconsueta nel cinema italiano, in cui i valori produttivi sono eccellenti: tutto è fatto benissimo e accurato, tutto lascia pensare al tempo migliore del nostro cinema dai magnifici costumi di Milena Canonero al resto, la direzione di produzione di Elda Ferri è entusiasmante. Il merito più grande è la regia, la bellezza del film e la scelta di attori come Lucia Bosè o Franco Branciaroli. (...) Molto bello, destinato alla televisione, 'I Viceré' si concentra soprattutto sulla storia della famiglia siciliana, dei suoi amori e crudeltà, della sua abilità tutta italiana nel voltare gabbana.
    Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 novembre 2007

    Un grande e poderoso affresco storico sul fallimento degli ideali e delle speranze sorte dalla lotta risorgimentale e insieme una spietata analisi privata, centrata sugli intrighi per la roba, che dilaniano un’aristocratica famiglia siciliana. Questo è il romanzo I vicerè di Federico De Roberto. La doppia anima del libro si ritrova fedelmente anche nel film di Roberto Faenza, che da un lato descrive con precisione il clima politico dell’epoca, mettendolo provocatoriamente in relazione con la realtà dei nostri giorni, dall’altro risulta una grande saga familiare segnata da sentimenti forti e contrastanti: passioni, invidie, odi profondi. Insomma Faenza non ha paura di confrontarsi con una materia che ricorda alcune recenti fiction in costume di grande successo popolare.
    L’accostamento fra intenti politici e narrazione romanzesca era indubbiamente pericoloso, ma nel film è risolto brillantemente in un grande spettacolo, che a tratti assume toni epici, sostenuto da un’iconografia barocca e grandiosa, sempre molto ricca ma mai pacchiana, grazie anche alla collaborazione di un team di tecnici di prim’ordine: Maurizio Calvesi per la fotografia, Milena Canonero per i costumi e Francesco Frigeri per le scenografie. Dal punto di vista pittorico si colgono, soprattutto nella prima parte del film, evidenti riferimenti alla lezione dei macchiaioli, mentre per ciò che riguarda i precedenti cinematografici, il ricordo, forse anche per una certa suggestione e affinità contenutistica, va naturalmente a Il gattopardo di Luchino Visconti. In ogni caso un film così imponente e ricco nel panorama della produzione italiana non si ricordava da tempo. (...) Come il romanzo di De Roberto, anche il film di Faenza è popolato da personaggi tragici e negativi e vi predomina un’atmosfera cupa e mortuaria, che propone molte scene notturne e un paio di maestosi funerali, che si fissano nella memoria. Funzionale alla storia anche il cast, dove spiccano le figure di Alessandro Preziosi, che ricorda moltissimo il giovane Giancarlo Giannini, e Lando Buzzanca, che a dispetto dei propri trascorsi di attore brillante mostra un’inedita vena drammatica. Per una volta, molto preciso e accurato è anche il coro dei comprimari, dove, per motivi di coproduzione, accanto agli attori italiani si segnalano anche alcuni validi interpreti spagnoli.
    Franco Montini, Vivilcinema n°5, settembre-ottobre 2007

    I soldi spesi per la realizzazione si vedono tutti (grazie ai magnifici costumi della Canonero e alle scenografie di Frigeri), e la fotografia di Maurizio Calvesi nonostante gli sfarzi degli ambienti ha una giusta tinta fosca, che rispecchia l'occhio sarcastico di De Roberto. A differenza infatti di Tomasi di Lampedusa, che guardava d a sua nobiltà con il rimpianto di un passato che non sarebbe mai più tornato, De Roberto osserva e condanna, descrive e ironizza. Per questo fu ignorato dai suoi contemporanei e poi stroncato da Croce e dai suoi adepti. Meno buono il montaggio di Massimo Fiocchi, che costringe lo spettatore a notare orribili salti di scena. Il risultato complessivo è dignitoso. Un po' rigido, come nel carattere di Faenza, privo di respiri ampi e a tratti didascalico, ma esente da sbavature. Abbastanza per andarlo a vedere soprattutto per andare a riprendere dalla libreria uno dei più bei romanzi sull'Italia e gli italiani.
    Roberta Ronconi, 'Liberazione', 9 novembre 2007

    Liberamente tratto dall'omonimo romanzo del 1894 di Federico De Roberto, il film di Faenza è innanzitutto un quadro famigliare. I luoghi, le abitudini, le parentele, l'invidia, l'onore e il denaro, sono introdotti in modo impietoso, nella prima parte del film. L'insieme e il singolo sono descritti efficacemente attraverso momenti chiave in cui gli Uzeda si ritrovano: le esequie della principessa, la lettura del testamento, la nascita di un figlio, la caduta dei Borboni. Sono questi gli attimi in cui il film riesce a convincere, grazie anche alle credibili ambientazioni, alla fotografia di Maurizio Calvesi (che utilizza luci e ombre, alternando teatralità e realismo), ai costumi di Milena Canonero, e all'ottima interpretazione di Lando Buzzanca, arrogante pater familias.
    Quando la storia si sposta però sulla crescita e sulla vita di Consalvo (Alessandro Preziosi), I vicerè abbandona il ritratto d'insieme e mostra un personaggio in bilico fra perfida anarchia e celata redenzione, che non riesce ad affascinare, paradossalmente perchè esce dagli stereotipi dell'eroe, sia esso positivo o negativo. Consalvo, potenzialmente un paladino di un'Italietta cha già allora era fondata sui compromessi, disorienta, e si manifesta in molteplici situazioni che dovrebbero servire a descrivere il suo essere, e che creano tuttavia un senso di ripetitività. È necessario sottolineare come il progetto di Faenza sarà sviluppato, in seguito, in versione estesa per la televisione (i campi infatti sono spesso molto stretti), e, di conseguenza, il percorso del protagonista, così come messo in scena, si adatterà meglio al piccolo schermo.
    Se, infine, I vicerè vuol essere un parallelo fra la società attuale e quella dell'epoca (la politica entra in scena nell'ultima parte), il rischio che affronta è quello di puntare su concetti semplici e diretti, che sfiorano il didascalismo, con la coscienza di saper trasferire il messaggio quando è la famiglia a parlare, eterno manifesto di ciò che siamo. Sia ieri che oggi.
    Mattia Nicoletti, Mymovies.it

    Non sarebbe in fondo un peccato mortale (chi l'ha detto che nel passaggio dalla pagina allo schermo una storia non possa cambiare pelle e anima?) se non fosse che la messa in scena di Faenza si ferma a una illustrazione piatta e cartolinesca di una storia di gelosie e invidie familiari. La Storia si riduce a inquadrare gli attori all'interno di una bella scenografia: il primo piano per chi porge la battuta e lo sfondo per dare il senso dell'epoca o della ricchezza o della miseria. Tante cartoline animate, come ci hanno tristemente abituato i troppi sceneggiati televisivi che trattano la Storia come fosse un album di figurine. Lo si nota per contrasto soprattutto nella meccanicità delle scene di massa, dove la regia sembra accontentarsi di vendere il messaggio piuttosto che trovare un punto di vista originale, che sappia aiutarci a capire. (...) Così, in questa mediocritas per niente aurea, risalta solo la prova di alcuni attori. Buzzanca è una scoperta solo per chi aveva dimenticato le sue prove con Germi, Pietrangeli, Salce o Lattuada e l'età gli offre una maschera perfetta per il suo odioso principe Giacomo. Preziosi/Consalvo è convincente nella metamorfosi verso il suo subdolo
    gattopardismo, un po' meno nelle scene più drammatiche; stesso discorso per la Capotondi, che interpreta la principessina Teresa: meglio come ingenua sognatrice che come moglie infelice. Ma sono entrambi attori che dimostrano notevoli potenzialità.
    Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 9 novembre 2007

    Nella mole esorbitante delle patrie trasposizioni ancora nessuno aveva pensato a I Vicerè di Federico De Roberto: è un punto pesante da segnare sul tabellino di Roberto Faenza. A lui va il nostro sincero grazie, per aver adattato il capolavoro dello scrittore partenopeo a oltre un secolo dalla sua edizione, datata 1894. Faenza ce l'ha fatta, laddove in molti avevano fallito, tra cui Roberto Rossellini, come recentemente rivelato dal figlio Renzo. Innumerevoli le difficoltà che avevano fino a oggi sconfessato i tentativi di riduzione: accanto alla svalutazione coeva dell'opera di De Roberto, che in Benedetto Croce trovò un feroce stroncatore, pesano fattori intrinseci, di forma (densità narrativa, struttura corale a incastro, peculiarità stilistiche difficilmente traducibili su schermo) e contenuto: anticonformismo, triplice attacco istituzionale: Stato, Chiesa e Famiglia, e, paradossalmente, l'irrefutabile modernità delle pagine derobertiane. Faenza esegue uno slalom quasi impeccabile tra queste insidie, maneggiando contemporaneamente mannaia, per rendere commestibile sullo schermo la tranche de vie del romanzo, e fioretto, annacquando in parodia, grottesco e divertissement il potente j'accuse socio-politico di De Roberto. Inevitabile escamotage per tradurre in audio-visivo la prosa sulfurea dello scrittore catanese d’adozione? Non crediamo, il regista dichiara l'assoluta estraneità tra la versione cinematografica e quella estesa per la televisione dei suoi Vicerè, ma il confine è in realtà molto labile.
    Federico Pontiggia, Cinematografo.it, 9 novembre 2007

    Non convince 'I viceré' di Roberto Faenza che, a partire dal romanzo di Federico De Roberto, mette in scena splendori e miserie, intrighi e segreti della famiglia Uzeda ossessionata da denaro e potere nella Sicilia di metà '800, negli ultimi anni della dominazione borbonica e alla vigilia della nascita dello Stato italiano. Ma la voglia del regista di suscitare scandalo con un film scomodo che parli dell'Italia di oggi più che di quella di ieri lo ha spinto a tradire il romanzo trasformando il dissacrante affresco originario in un fastoso e lussuoso romanzone familiare con padri-padroni, figli ribelli, donne sottomesse e benedettini libertini.
    Alessandra De Luca, 'Avvenire', 9 novembre 2007

    Non si discutono la bella fattura (tutto il cinema letterario di Faenza garantisce sempre standard elevati) e alcuni pregi particolari come Lando Buzzanca nel ruolo grifagno del principe Giacomo. Né la logora questione generale del "tradimento"di qualsiasi adattamento o rilettura. E neanche la bontà dell'idea "di servizio" di rinfrescare la memoria su un grande romanzo. Ma per dire che l'opportunismo e il trasformismo, la doppiezza e l'ipocrisia restano saldamente di attualità era necessario ricorrere al metaforico utilizzo di un testo e di un contesto del nostro passato ottocentesco? Non c'era una maniera più diretta? E, diciamo la verità, anche più creativa? E, comunque, il film non restituisce del romanzo (non vale nascondersi dietro al dito della"libera ispirazione a") la spietata esposizione della meschinità, della bassezza, della rapacità, in particolare di chi della grande famiglia veste abiti religiosi. Diversamente da Tomasi di Lampedusa che una generazione dopo guardava al principe di Salina nel Gattopardo e quindi alla medesima dinamica post risorgimentale in Sicilia con occhio nostalgico e giustificazionista, Federico De Roberto testimoniava da vicino, pagandone anche lo scotto, la sua denuncia e il suo disgusto. E il film, malgrado l'intenzione dichiarata di piegare a uso polemico e attualizzante il modello letterario, non è altrettanto cattivo, aggressivo, incisivo.
    Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 9 novembre 2007

    "A chi ha amato il romanzo, l'impressione è altra. Sul ricordo di un'opera corale e spietata, potente e feroce nel raccontare l'orrore dell'italiano quando nasce come soggetto politico e nazionale (elementi che hanno ostracizzato l'opera di De Roberto), prevale il sorgere di un eroe solo. Trasformando 'I Vicerè' nel 'romanzo di Consalvo' lo si trasforma da cinico e opportunista in una sorte di eroe che, anche quando negativo, porta con sé il prestigio della 'battaglia', qualunque questa sia. La libertà che si è preso Faenza nel ridurre ad unicum la fastosa pluralità del libro non è da poco: è quella del cinema ai tempi della tv. Infatti dei 'Vicerè' si avrà anche una fiction in due puntate e sappiamo anche che il regista ha fatto di tutto per separare il grande dal piccolo schermo. Ma non ci è riuscito, perché 'I Vicerè' che vedremo al cinema sanno molto di televisione, come fossero una loro anticipazione. Perché, noi crediamo, il cinema o è alto o è televisivo.
    Dario Zonta,
    'L'Unità', 9 novembre 2007
  • Il Regista
    Nasce a TORINO il 21-02-1943. Regista, scrittore e professore universitario (Federal City College di Washington, D.C. e Università "La Sapienza" di Roma). Nel 1965 si diploma in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nel 1970 si laurea in Scienze politiche all'Università di Pisa. Esordisce alla regia con "Escalation" (1968), l'anno successivo dirige "H2S". Dopo una pausa di nove anni, nel 1978 gira il docu-drama "Forza Italia!" il cui contenuto politico lo costringe ad un altro lungo periodo di pausa. Nel 1979 dirige "Si salvi chi vuole", con Claudia Cardinale e Gastone Moschin. Dopo "CopKiller" (1982) e "Mio caro dottor Grasler" (1989) firma nel 1993 la regia di "Jona che visse nella balena" per cui ottiene il Davide di Donatello per la miglior regia mentre lo stesso premio va a Ennio Moricone per le musiche e a Elisabetta Beraldo per i costumi. Due anni dopo è la volta di "Sostiene Pereira" in cui a meritare il Davide 1995 è l'interpretazione di Mastroianni mentre alla scenografia di Giantito Burchiellato va il Nastro d'argento 1996. Nel 1997 il suo "Marianna Ucrìa" fa incetta di premi: sia il Davide che il Nastro d'argento per la fotografia di Tonino Delli Colli e per le scene e i costumi di Danilo Donati. Capace di un cinema che viaggia, scopre e documenta, nel 1999 dirige "L'amante perduto" ambientato a Tel Aviv e nel 2003 "Prendimi l'anima" risultato di una ricerca ventennale sulla vita di Sabina Spilrein, la prima paziente isterica trattata e guarita con la psicoanalisi, allora nascente. Nel 2004 il suo "Alla luce del sole" sugli ultimi due anni vita di don Pino Pugliesi, sacerdote ucciso dalla mafia, è un'opera di impegno civile inusuale per il cinema di questi anni. Nel 2007 colpito dalla modernità de "I Viceré" di Federico De Roberto lo traspone per lo schermo considerandolo "un'impietosa autobiografia di una nazione".


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