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GRAVITY

RegiaAlfonso Cuarón
CastSandra Bullock (Dott.ssa Ryan Stone) George Clooney (Matt Kowalsky)
GenereFANTASCIENZA, THRILLER
Anno2013
NazioneUSA
DistribuzioneWARNER BROS. PICTURES ITALIA
Durata92'
GRAVITY
 
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Musiche: Steven Price
Montaggio: Alfonso Cuarón, Mark Sanger
Scenografia: Andy Nicholson
Arredamento: Rosie Goodwin
Costumi: Jany Temime
Effetti: Tim Webber, 4DMax, Framestore
Produzione: ALFONSO CUARÓN, DAVID HEYMAN PER ESPERANTO FILMOJ, HEYDAY FILMS
  • La Storia
    La dottoressa Ryan Stone affronta il suo primo viaggio spaziale a bordo di uno Shuttle pilotato da Matt Kovalsky che, al contrario, di esperienza di volo ne ha maturata fin troppa ed è al suo ultimo viaggio prima di ritirarsi. Una missione di routine che si trasforma ben presto in un disastro: i due protagonisti, infatti, si ritrovano a fluttuare nello spazio e isolati dalla Terra, con scarse possibilità di essere recuperati, poco ossigeno e tempo in calo per riuscire a trovare un modo per salvarsi.
  • La Critica
    'Gravity' funziona, è angosciante e al tempo stesso divertente, e i cascami filosofici che Cuarón e il co-sceneggiatore (suo figlio Jonas) vi hanno disseminato non danno fastidio. George e Sandra sono soli, nel film: più soli di chiunque altro. (...) Terribilmente autentica la sensazione di ciò che (forse...) davvero si prova, in assenza di gravità, in un ambiente dove non c'è più il sopra o il sotto, la destra e la sinistra, ma solo il fuori: un fuori gigantesco e buio, dove perdersi è questione di attimi. Cuarón e Cuarón jr. hanno voluto dare al personaggio di Ryan Stone un passato (...) che dà vita a dialoghi spesso ingombranti. Ma il regista messicano è riuscito a capovolgere il film, a sconvolgere anche drammaturgicamente le nozioni di sopra e sotto, prima e dopo. Invece di usare il genere per approfondire le psicologie dei personaggi - operazione pre-freudiana, alla base di tanto cinema parolaio e noioso - ha usato le psicologie, estremamente basiche, per caricare il genere di adrenalina. Il fatto che Stone e Kowalski siano simpatici, e interpretati da due divi, serve ad acchiappare lo spettatore per la collottola nel momento in cui i due sono assaliti da un pericolo indicibile, assai più pericoloso di qualunque alieno: l'ossigeno che sta per finire, lo spazio nero tutt'intorno, l'impossibilità di smettere di fluttuare, il non veder nulla... che c'è di più spaventoso? 'Gravity' comunica questo pericolo: non è per agorafobi, né per chi soffre di vertigini. Fa stare veramente male. Clooney e Bullock l'hanno girato all'interno di una «light boxe», una scatola di luci che simulava l'assenza di gravità e li costringeva a recitare appesi nel nulla.
    Alberto Crespi, 'L'Unità', 29 agosto 2013

    È toccato a un thriller mozzafiato, a un thriller fantascientifico dare il via alla settantesima Mostra del cinema di Venezia, ieri sera. È toccato a 'Gravity' del regista messicano Alfonso Cuarón interpretato dai Premi Oscar George Clooney e Sandra Bullock. Un thriller mozzafiato che trascina gli spettatori nello spazio profondo insieme ai due protagonisti. «Nello spazio la vita è impossibile» ci spiega una didascalia iniziale: e già questo non promette niente di buono. E invece la pellicola inizia quasi in modo scanzonato. (...) una serie di incredibili colpi di scena (tra cui uno geniale che, come si diceva una volta, vale da solo il prezzo del biglietto) che terranno gli spettatori con il fiato letteralmente sospeso.
    Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 29 agosto 2013

    E' difficile immaginare un uso più straordinario del 3D di quello magistrale di Alfonso Cuarón in 'Gravity'. Il film che ha aperto l'ultima Mostra di Venezia ha diviso il pubblico e la critica, ma vale di sicuro la pena di vederlo per almeno un paio di ragioni. Una è appunto l'uso del tridimensionale. Tutto quello che avete visto finora al cinema è soltanto un gioco di effetti speciali, rispetto alla forza poetica delle immagine di Cuarón. Gli astronauti persi nel buio dell'universo, in mezzo a frammenti di astronavi, lo sfondo azzurro del nostro pianeta, come promessa e speranza, sono immagini che non si dimenticano. Per ritrovare altrettan ta forza espressiva in un film di fantascienza bisogna tornare al mitico 'Blade Runner'. E in 'Gravity' si vedono cose che noi umani non potevamo immaginare. L'altro motivo per vedere il film è Sandra Bullock in una prova da Oscar. Nel ruolo della dottoressa Ryan Stone (...) la Bullock fornisce probabilmente la più straordinaria performance cinematografica di una lunga carriera. Ed è piuttosto incredibile che il regista sia arrivato a lei quasi per disperazione, alla fine di una lunga serie di rifiuti, da Angelina Jolie a Scarlett Johansson, passando per Marion Cotillard, Naomi Watts e Natalie Portman. 'Gravity' è dunque per gran parte un one-woman-show, una storia di solitudine e di lotta per la sopravvivenza di una donna. Il compagno d'avventura George Clooney, nella parte affascinante del capo missione Matt Kowalski (...) è appena qualcosa in più di una spalla. Detto questo, non è facile condividere l'entusiasmo di alcuni per un film dove la storia, scritta dallo stesso Cuarón con il figlio Jonàs, sembra a tratti soltanto un pretesto per scatenare, in tutta la sua grandiosa ambizione, il talento immaginifico del regista. Non bastasse, Cuarón con una certa dose di masochismo va a cercarsi costantemente paragoni imbarazzanti coni classici del genere. Appena si vede un astronauta perso nello spazio, il pensiero non può non correre all''Odissea' di Kubrick. E da quel momento in cui i dialoghi fra Stone e Kowalski su vita e morte, passato e futuro, perdono gran parte del loro interesse. Sbalorditivo nell'avvio, noioso nella parte centrale, 'Gravity' si risolleva con un finale stupendo, che non è bello rivelare, all'insegna di un salto all'indietro dalla fantascienza alle origini della specie. II messicano Alfonso Cuarón è in potenza uno dei più grandi registi internazionali, ma ormai ha varcato la soglia della cinquantina e rimane un enfant prodige d'immenso talento. Chi lo ammira dai tempi degli esordi ('Solo con tu pareja'), o almeno da 'Y tu mama tambièn', continua ad aspettarsi un capolavoro che non arriva. Al massimo, piccole schegge di capolavoro, com'è a tratti questo 'Gravity' e prima 'I figli degli uomini' o perfino il terzo capitolo di Harry Potter. L'impressione generale è che l'aumento dei bugdet, questo ormai sfiora i cento milioni di dollari, non comporti necessariamente una crescita artistica. Sandra Bullock è semplicemente perfetta e forse da questo film si apre per la protagonista di tanti blockbuster una nuova carriera.
    Curzio Maltese, 'La Repubblica', 3 ottobre 2013

    E' quasi una situazione da teatro quella configurata da Alfonso Cuarón (anche sceneggiatore con il figlio Jonás) all'inizio di 'Gravity'. Ma non è così, ovviamente: lo spettatore si trova totalmente immerso in uno scenario spaziale di sublime bellezza, dove i movimenti dei corpi disegnano un incantevole gioco coreografico sullo sfondo di un'enorme sfera terrestre ora illuminata ora rabbuiata per effetto del suo roteare. Lasciando agli esperti il giudizio scientifico, da un punto di vista artistico il risultato è così convincente che sembra di stare sui (non) luoghi veri; e di certo Cuarón non esagera quando afferma che ogni immagine è debitrice di una diversa tecnologia. (...) Per intenderci, siamo più dalle parti di 'Vita di Pi' che di 'Alien' o di kubrickiane Odissee: un puro dramma di sopravvivenza che, senza indulgere a filosoferie - ma coinvolgendoci in modo concreto, quasi fisico - suggerisce una dimensione altra di spazio e tempo, vita e morte, fuori dal cordone ombelicale della forza di gravità che ci lega alla Terra. (...) Del film sono eccellenti tutti i contributi: la luminosa fotografia di Emanuel Lubezki, la computer graphic che non sembra mai tale di Tim Webber, l'energia, determinazione e fisicità di Sandra Bullock, la grazia, malinconia e umorismo di George Clooney. Se a Venezia fosse stato in concorso, meritava la vittoria.
    Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 ottobre 2013

    Piacerà anche a un pubblico che la fantascienza la bazzica poco, non è un fan di 'Star Trek' e non considera (come dovrebbe) '2001: Odissea nello spazio' uno dei più bei film di tutti i tempi. Perché alla barra della regia c'è Alfonso Cuarón, uno che i sentimenti sa maneggiarli e soprattutto comunicarli al pubblico (difficile che le spettatrici non si identifichino con l'agonizzante Sandra).
    Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2013

    A testa in giù, con le gambe all'aria, roteanti come pale di un mulino, leggeri come foglie al vento, uniti da un cavo che si tende e si aggroviglia sbatacchiandoli senza pietà, il corpo che si contrae lottando contro l'assenza di peso, di controllo, di direzione. Non si erano mai visti due divi come George Clooney e Sandra Bullock strapazzati come in 'Gravity'. Quasi invisibili, nascosti da tute e caschi spaziali per buona parte del film (Clooney ha una sola scena a volto scoperto), calati dentro due personaggi che sono una somma di archetipi senza precedenti e insieme una metafora flessibile e potente. (...) Il tutto esaltato da un 3D che per una volta non ha nulla di decorativo. Naturalmente si pensa alla fantascienza filosofica di Kubrick, il nome più citato uscendo dal film del messicano Alfonso Cuarón, regista anomalo e sempre spiazzante (...). Ma è in parte una falsa pista. Anzi per certi versi 'Gravity' è l'opposto di '2001'. Non solo per la coloritura ironica dei dialoghi, ma perché è l'orizzonte stesso del film a essere diverso. Kubrick girava nel 1968, all'alba dell'era informatica, e partiva dal divenire umano delle macchine, ovvero dalla possibilità di simulare il cervello (Hal 9000). Cuarón ribalta la prospettiva. Non parte dalla mente ma dal corpo: che ne è del nostro corpo - gambe, braccia, sensi, riflessi - oggi che le macchine sono parte integrante della nostra vita? Che cosa ci succede se a forza di delegare, smaterializzare, implementare, non distinguiamo più alto e basso, vicino e lontano, reale e virtuale? 2001 coglieva nella nascita della tecnica (l'osso che diventava astronave) il punto di non ritorno della specie umana. 'Gravity' è figlio di Google Earth, della finta onnipotenza e della profonda malinconia dei nostri anni. La corsa allo spazio è finita da un pezzo. Oggi è lo spazio (virtuale) che entra in noi, svuotandoci, non viceversa. Siamo noi i pianeti da (ri)conquistare. Anche se «l'alba sul Gange», come dice Clooney, vista da lassù è meravigliosa.
    Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 agosto 2013

    C'era un'immagine in '2001 Odissea nello spazio' di Stanley Kubrick. Il momento in cui un astronauta si perde nello spazio. Tagliato il cavo di collegamento con l'astronave, è una tuta bianca che fluttua nello spazio nero. E tu, spettatore, sai che per lui è finita. Lanciato nello spazio nero, in via o eterno nell'infinito. Ecco, il film di Alfonso Cuaròn che ha aperto la Mostra del cinema di Venezia, 'Gravity', con George Clooney e Sandra Bullock, parte da lì. Espande quella sensazione per tutto il film. Un film che è un trionfo visuale, non sempre sostenuto da una narrazione originale o imprevedibile. Ma che tuttavia, insieme al suo grande fascino spettacolare, mantiene anche un valore metaforico. Diventa una riflessione sul nostro stare al mondo. E su come affrontare quel fluttuare senza ritorno nello spazio che inevitabilmente, prima o poi, ci è destinato. Tra le altre cose, è il primo film in 3D ad aprire una «Mostra d'arte cinematografica» di Venezia. Qualcosa sta cambiando. Le prime immagini sono di una bellezza ipnotica e astratta: pochissimi tagli di montaggio, mentre vediamo i due astronauti fluttuare nello spazio, in quello che sembra un rallenti eterno. Cuarón fa buon uso del 3D, mostrando o : etti che sfuggono alla loro presa e volano senza controllo, nell'aria, verso di noi. Il direttore della fotografia, lo stesso degli ultimi film di Terrence Malick, sa il fatto suo. (...) Il film (...)rischia di diventare meccanico, una specie di lista di ciò che di peggio ti può accadere se sei nello spazio, da solo, e senza telefono/casa. Sandra Bullock appena riesce a rientrare nell'astronave si mette in shorts, a mostrare il fisico elastico e asciutto, e quando trova un'astronave sovietica o cinese sembra che abbia trovato la Panda prestata dall'amica: si mette a guidarle leggendo il libretto delle istruzioni. Ma il film - a parte questi aspetti vagamente fumettistici - è una riflessione seria, su come affrontare quello che Franco Battiato chiama «lo spavento supremo». E ci dice che, in fondo, dovessimo morire oggi o tra cent'anni, l'unica cosa che possiamo fare è rimboccarci le maniche - o lo scafandro - e provare, comunque sia, a sopravvivere. E, magari, persino a vivere.
    Luca Vinci, 'Libero', 29 agosto 2013

    'Huston, ho un brutto presentimento': la frase chiave di 'Gravity', il film di Alfonso Cuarón che ha inaugurato fuori concorso la 70ma edizione della Mostra di Venezia, ci fa capire fin dalle prime scene che non si tratterà solo di usare del nastro adesivo per riparare pannelli di controllo in avaria. Il set non è più l'area protetta di un veicolo spaziale, ma è lo spazio profondo, dove non c'è forza di gravità e in quella enorme discarica che è diventato il cosmo si potranno trovare basi spaziali in disarmo e componenti di shuttle distrutte, lanciate in orbita alla velocità di migliaia di chilometri all'ora. (...) Pur con tutte le resistenze al 3D è impossibile non restare affascinati dalla situazione di crescente pericolo quando un bolide in corsa annienta l'astronave e i due si trovano scaraventati nel nulla agganciati solo da quello che sempre più appare come un cordone ombelicale, prolunga che permette la comunicazione, in uno scenario difficile da immaginare, con soluzioni che il pubblico non ha la capacità di suggerire, dove tutto è perduto. (...) Mentre lo sguardo è catturato dai colpi di scena imprevedibili e sempre più incessanti (che dire dei comandi sui pulsanti in cinese?), si fa largo, senza prendere il sopravvento sulla pura avventura, il racconto morale che rimane sotto il controllo dell'ironia e della suspense. La sfida supertecnologica degli apparecchi utilizzati per simulare la mancanza di gravità («la scatola» la chiama Cuarón) grazie al quale è stato ottenuto anche il piano sequenza iniziale di diciassette minuti è decisamente vincente e perfino la minuscola lacrima che diventa una goccia rotonda che si fa strada verso il pubblico in sala perde la sua connotazione di disperazione per diventare sorpresa Al pubblico anche se non ha familiarità con i misteri del cosmo, il film suggerisce che quando le avversità si susseguono e tutto sembra perduto, si possono chiudere gli occhi e abbandonare tutto oppure tenerli ben aperti, continuare a lottare e trovare una soluzione. L'importante è che poi avrai un'altra storia pazzesca da raccontare.
    Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 29 agosto 2013
  • Il Regista
    Nasce a CITTA' DEL MESSICO il 28-11-1961. Messicano, ha studiato cinema e filosofia all'Università nazionale. Ha lavorato come aiuto regista in diversi film ed ha diretto numerosi programmi per la tv. Ha esordito alla regia con 'Sólo con tu pareja', campione d'incassi nel 1992. Nel 1993 con l'episodio 'Murder Obliquely', della serie 'Fallen Angels', ha vinto il premio Cable ACE per la miglior regia. Dopo 'A Little Princess', è sbarcato a Hollywood dove ha realizzato il suo terzo lavoro, 'Paradiso Perduto' (1998), con Gwyneth Paltrow e Ethan Hawke. Col nuovo millennio lavora intensamente e dirige film che avranno tutti grande successo di critica e pubblico. Inizia nel 2000 con 'Y tu mamà tambièn - Anche tua madre' che, alla 58. Mostra d'arte cinematografica di Venezia, gli fa vincere il premio per la migliore sceneggiatura e fa ottenere il premio Mastroianni alla giovane coppia di attori emergenti Gael García Bernal e Diego Luna. Nel 2004 arriva a girare l'ambìto terzo episodio dell'amatissima saga 'Harry Potter e il prigioniero di Azkaban' che lo porta all'attenzione del grande pubblico. Due anni dopo sceglie Clive Owen come protagonista de 'I figli degli uomini', film ambientato in un futuro apocalittico in cui non nascono più bambini. La pellicola viene presentata come première a Venezia nel 2006 e ottiene due candidature all'Oscar per la sceneggiatura e il montaggio. Nel 2008 Cuaròn è chiamato a far parte della giuria del 61. Festival di Cannes. E' divorziato dall'attrice messicana Mariana Elizondo dal 1980 al 1993, con la quale ha avuto un figlio, Jonàs, nato nel 1981 e divenuto anche lui attore e regista. Nel 2001 Cuaròn sposa l'attrice e modella italiana Annalisa Bugliani, conosciuta mentre promuove il film 'Y tu mamà tambièn' alla 58. Mostra del cinema di Venezia. I due hanno una figlia, Tess Bu, nata il 24 dicembre 2003 e un figlio Olmo Teodoro, nato il 24 gennaio 2005.


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