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  • Martedì 2, Mercoledì 3, Giovedì 4 Ottobre 2007
  • Ore 16 - 18 - 20 - 22

FAST FOOD NATION

RegiaRichard Linklater
CastPatricia Arquette (Cindy), Bobby Cannavale (Mike), Paul Dano (Brian), Luis Guzmán (Benny), Ethan Hawke (Pete), Ashley Johnson (Amber), Greg Kinnear (Don Anderson), Kris Kristofferson (Rudy Martin), Avril Lavigne (Alice), Esai Morales (Tony), Catalina Sandino Moreno (Sylvia), Lou Taylor Pucci (Paco), Ana Claudia Talancón (Coco), Wilmer Valderrama (Raul), Bruce Willis (Harry Rydell), Cherami Leigh (Kim), Mitch Baker (Dave)
GenereDRAMMATICO, SOCIALE
Anno2006
NazioneUSA
DistribuzioneDNC Distribuzione
Durata116'
FAST FOOD NATION
 
Soggetto: Eric Schlosser (libro)
Sceneggiatura: Richard Linklater, Eric Schlosser
Fotografia: Lee Daniel
Musiche: Friends of Dean Martinez
Montaggio: Sandra Adair
Scenografia: Bruce Curtis
Arredamento: Phil Shirey
Costumi: Kari Perkins Lee Hunsaker
Effetti: Steve Wolf, Amalgamated Pixels, Wolf Stuntworks Inc.
  • Note - IN CONCORSO AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006).
  • La Storia
    Don Anderson è uno dei manager della catena di fast food denominata Mickey's. Quando un giorno viene a sapere che la partita di carne di manzo destinata al nuovo prodotto di punta della casa, il "Big-One", è avariata, Don decide di andare a cercare di persona i responsabili. Nel suo viaggio verso il sud della California, Don si troverà ad affrontare il lato oscuro dell'industria dei fast-food americani che, nella catena di montaggio che trasforma il manzo in hamburger, utilizza gli immigrati clandestini messicani.
  • La Critica
    Linklater ha girato il film in segreto e a bassissimo costo, per non attirare l'attenzione dell'industria alimentare e delle autorità politiche: categorie di cui denuncia le connivenze senza giri di parole. (...) Il pamphlet di Richard, insomma, picchia sodo in più direzioni. E se è vero che 'siamo quel che mangiamo', sarà meglio, d'ora in avanti, pensarci bene prima di addentare un hamburger.
    Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2006

    Disgusto, stomaci in subbuglio, nausee, sussulti di schifo, fughe nel buio dalla sala: alle sue prime proiezioni Fast Food Nation di Richard Linklater, vibrante denuncia anti-hamburger tratta dal bestseller 2001 del giornalista Eric Schlosser, ha suscitato reazioni molto vive e forse auto-promesse di cambiare vita, di diventare vegetariani per sempre.
    Il film, come il libro, analizza la malacarne americana con cui vengono confezionati gli hamburger distribuiti poi nel Paese e all'estero: cibo esemplarmente americano, grossa polpetta adorata soprattutto da bambini e ragazzini. (...) La denuncia è forte ma anche un poco sleale; si capisce che veder uccidere, squartare, disossare, dissanguare, fare a pezzi gli animali è comunque uno spettacolo ripugnante. Il film risulterà utile se qualcuno smetterà di mangiare gli infidi hamburger e soprattutto di lasciarli mangiare ai figli. Altrimenti chissà; l'incaricato aziendale delle indagini vede tutto, e al presidente non riferisce una parola. Dice lo slogan del film: «La verità è dura da mandare giù».
    Lietta Tornabuoni, La Stampa, 20 maggio 2006

    Ogni volta che a tavola gli offrivano la mortadella, il grande critico Pietro Bianchi la respingeva: «Quella in pancia mia non entra perché so come la fanno». Chissà cosa direbbe Pietrino se potesse vedere Fast Food Nation, dove sulla base di un libro-inchiesta di Eric Schlosser il regista Richard Linklater segue passo passo la confezione degli hamburger dell' immaginaria catena Mickey' s. Ho letto che alcune catene non immaginarie hanno vivamente protestato contro l' ipotesi che nelle polpette, per inadeguate cautele igieniche, potrebbe infilarsi la cacca. Questo, almeno, si vede nel film, dove di fronte alla disgustosa scoperta i personaggi reagiscono ciascuno a suo modo. In un geniale cammeo, Bruce Willis invita cinicamente ad accettare la realtà così com' è: «Tutti noi dobbiamo abituarci a mangiare un po' di merda».
    (...) Scrivendo il copione a quattro mani con l' autore dell' inchiesta originaria, Linklater ha deciso infatti di articolare in forma romanzesca la materia del libro. Ha fatto la cosa giusta? Le opinioni in proposito possono variare, ma nell' insieme Fast Food Nation è tenuto in pugno dal regista con una certa autorità e riesce a delineare un quadro d' ambiente interessante e inquietante. E allora come accade che arriva sui nostri schermi in piena estate e un anno buono dopo la presentazione a Cannes? Evito l' ingenuità di chiedermi il perché dal festival il film non ha ottenuto il minimo riconoscimento. Le giurie sono quello che sono e andrebbero abolite. Però mi ha stupito, a suo tempo, l' accoglienza unanimemente negativa di giornali in genere sensibili alle tematiche politiche e sociali come le Monde, le Nouvel Observateur e L' Express. Possibile che non abbiano colto l' occasione per sottolineare, anche senza prendere per buona al cento per cento la denuncia del film, l' importanza del discorso che Linklater e Schlosser hanno messo (proprio letteralmente) sul piatto? Osservando fenomeni come questo nasce inevitabilmente un sospetto: nelle alte sfere non alligna per caso un Grande Occhiuto che individuati i film in collusione con interessi troppo grossi frena e orienta la stampa e i media? Bando alla paranoia, torniamo a Fast Food Nation. Non bisogna generalizzare, certo, liberi tutti di credere e sperare che ci siano in giro offerte di ristorazione rapida più affidabili di quelle di Mickey' s. Ma non mi stupirei di sentire qualcuno, ancora sull' effetto del film, aggiornare la presa di distanza di Pietrino dalla mortadella: «In pancia mia gli hamburger non entrano perché adesso so come li fanno».
    Tullio Kezich, Il Corriere della Sera, 20 luglio 2007

    Naturalmente le buone cause non sempre fanno i bei film, anzi. Difatti 'Fast Food Nation' è un volantino forse utile ma certo frettoloso che sceneggia l'inchiesta di Schlosser distribuendola in una serie di vicende parallele risapute, benché di sicuro impatto e interpretate da un cast ricco di bei nomi anche in piccoli ruoli. Ogni personaggio un messaggio dunque, ogni scena una spiegazione. (...) Sarebbe anche bello che tutto suonasse vero, profondo e sfaccettato, oltre che documentato, come dovrebbe essere in un film. Ma forse pure Linklater ha fretta, così i suoi molti personaggi restano semplici portaparola di un film puramente illustrativo. Che qua e là scivola anche nel sensazionalismo facile: vedi la lunga sequenza finale nel mattatoio, con gli animali decapitati, squartati, sezionati, spellati, dissanguati etc. Immagini-choc, certo, ma come quelle di qualsiasi mattatoio, in ogni epoca e paese. Per non parlare dell'ingenuità dei personaggi, tutti, americani o messicani, novelli 'Candide' sguinzagliati a stupirsi e a soffrire per le brutture del mondo. D'accordo sul messaggio anticonsumista e filovegetariano, ci mancherebbe. Ma forse un film così stava meglio fuori concorso.
    Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2006

    'Fast Food Nation' dell'americano indipendente Richard Linklater, ispirato al bestseller di Eric Schlosser, mette sotto plurima e feroce accusa le multinazionali dell'hamburger. Questa è la prima, interessante notizia; la seconda, però, è che la commedia a metà strada tra il documentario e la finzione vale assai poco. (...) Il modesto regista d'avanguardia dimostra, a conti fatti, di non interessarsi più di tanto all'obesità dilagante tra la popolazione e di puntare, piuttosto, al solito anatema fazioso contro le leggi sull'immigrazione, i neoconservatori di Washington, le metropooli disumane, il carovita, l'aumento del costo del carburante, i centri commerciali, il consumismo come male assoluto e chi più ne ha più ne metta... S'accomodi chi gradisca, magari confortato dalle reboanti dichiarazioni di Linklater al termine del (poco) applaudito passaggio in concorso: 'Le industrie, con in prima fila la Mc Donald's, volevano controllare le immagini che stavamo girando, non ne erano certo contente'. Nel finale irrompono anche le sensazionalistiche immagini di un mattatoio e della morte scientifica (sic) di centinaia di animali terrorizzati: 'Sono scene forti, lo so, ma non potevamo non metterle e comunque credo nel potere del cinema e nel fatto che si debba mostrare alla gente quello che c'è dietro i prodotti.
    Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2006
  • Il Regista
    Nasce a HOUSTON (Texas) STATI UNITI il 30-07-1960. Scrittore e regista autodidatta, è stato uno dei primi talenti ad emergere negli anni '90, durante la stagione della rinascita del cinema indipendente americano. Nato ad Houston, nel Texas, ha presto abbandonato la carriera universitaria alla 'Sam Houston State University' per andare a lavorare su una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. Tornato ad Houston nel 1985 , ha fondato una propria casa di produzione, la 'Detour Film Production', ed ha iniziato a lavorare al suo film d'esordio in super-8, 'It's Impossible to Learn to Plow by Reading Books' (1988). Tre anni dopo realizza la pellicola sperimentale 'Slacker', che presenta una giornata qualunque delle vita di cento personaggi, che gli vale l'attenzione del pubblico e della critica e la ribalta del 'Sundance Film Festival' del 1991. Il film ha avuto un successo tale che il termine 'slacker' ha cominciato ad essere usato per indicare i giovani disillusi e ribelli. La sua filmografia comprende, inoltre, pellicole cult sugli anni '70 come 'La vita è un sogno' (1993), 'Prima dell'alba' (1995, con cui ha vinto un Orso d'argento al Festival di Berlino) e 'The Newton Boys' (1998). Linklater è noto per aver scoperto alcuni dei più famosi attori del momento e per il suo modo caratteristico di fare film, quasi tutti ambientati nell'arco di 24 ore e con una profonda esplorazione dei riti generazionali e della cultura dei teenagers; quello che egli stesso definisce "il continuum della ribellione giovanile". Il regista ha anche ricoperto l'incarico di Direttore artistico della 'Austin Film Society', da lui stesso fondata nel 1985 per presentare ai texani pellicole di tutto il mondo che non sono programmate nei cinema di Austin. La società proietta più di cento film l'anno e negli ultimi cinque anni ha distribuito borse di studio per circa 230.000 dollari a registi texani.


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