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ALLACCIATE LE CINTURE

RegiaFerzan Özpetek
CastKasia Smutniak (Elena), Francesco Arca (Antonio), Filippo Scicchitano (Fabio), Carolina Crescentini (Silvia), Francesco Scianna (Giorgio), Elena Sofia Ricci (Viviana/Dora), Carla Signoris (Anna), Paola Minaccioni (Egle), Giulia Michelini (Diana) Luisa Ranieri (Maricla)
GenereDRAMMATICO
Anno2013
NazioneITALIA
Distribuzione01 DISTRIBUTION
Durata110'
ALLACCIATE LE CINTURE
 
Soggetto: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Patrizio Marone
Scenografia: Marta Maffucci
Costumi: Alessandro Lai
Suono: Marco Grillo
Produzione: TILDE CORSI E GIANNI ROMOLI PER R&C PRODUZIONI E FAROS FILM CON RAI CINEMA
  • La Storia
    Quando tutto sembrava tranquillo e in ordine, nella vita di Elena arriva una vera e propria turbolenza: la passione improvvisa e corrisposta per Antonio. Ma è una passione proibita. E per vari motivi: Elena da due anni sta insieme a Giorgio; Antonio è il nuovo ragazzo della sua migliore amica Silvia; Elena non stima per niente Antonio, che è il suo opposto; e per finire Fabio, il suo migliore amico, lo odia e lo detesta. Ma l'attrazione tra i due esplode lo stesso anche a scapito di scompigliare le regole delle vite di tutti. 13 anni dopo, però, quando Elena, Antonio e Fabio sono ormai degli adulti e le loro vite si sono realizzate in matrimonio, figli e lavori gratificanti, una nuova turbolenza, molto più dura, metterà alla prova la vera natura dei loro sentimenti e dei loro legami. Attraverso il dolore saranno costretti a ridefinire tutte le regole dell'amicizia e dell'amore. E allora non ci sarà più spazio per i pregiudizi, i rancori, il peso delle cose non dette. Così anche i turbamenti del passato saranno riletti alla luce del presente e ogni cosa riacquisterà il suo giusto peso: la leggerezza della passione ritroverà il suo spazio all'interno del senso globale di tutta una vita.
  • La Critica
    Ci sono dei registi riconoscibili fin dalla prima inquadratura. O meglio, decodificabile dai primi minuti è la struttura narrativa e tutti quegli elementi che la definiscono. Ferzan Ozpetek è senza dubbio uno di questi considerando il fatto che, dal successo inaspettato de Le Fate Ignoranti in poi, è andato amplificando e ripetendo quelle formule che ormai definiscono fin troppo il suo cinema. Così, già dai titoli di testa, ci si aspetta senza dubbio alcuno la convivialità della tavola, la presenza del nucleo famigliare, tradizionale o alternativo che sia, l'amico gay e l'utilizzo di un tappeto musicale invadente il cui scopo è creare enfasi. Perché il regista turco, nonostante in passato abbia dimostrato di saper miscelare atmosfere leggere con momenti d'intensità emotiva, non smette di dimostrarsi un fan accanito del "melodramma" contemporaneo. E se ci aveva tratto in "inganno" con i fantasmi di Magnifica presenza e l'ingenuo stupore di Elio Germano di fronte al talento d'altri tempi di questi artisti prigionieri del loro passato, con Allacciate le cinture torna senza esitazione ad abitare un terreno conosciuto e percorso più volte come quello della passione, dell'amicizia, dei tormenti di coppia e del confronto con la minaccia della morte. Il tutto narrato ancora una volta lungo quelle vie leccesi che avevano già ospitato le sue Mine vaganti. Però, mixando tutti questi livelli emotivi, Ozpetek consegna al pubblico una vicenda altalenante dove un'enfasi spesso esagerata e disturbante nella rappresentazione della malattia cede il passo con ritrosia ad un'ironia capace di costruire dei momenti di preziosa e rara bellezza. Il colpo di scena non è certo uno degli scopi perseguiti dal regista turco, quindi non crea nessun problema identificare dai primi sguardi tra la raffinata Elena e l'essenziale Antonio il nascere di una passione. Peccato, però, che, dopo questa scintilla, Ozpetek affidi a particolari spesso superficiali e poco incisivi il compito di raccontare l'incontro tra due anime cosi diverse, il loro evolversi attraverso i successivi tredici anni e il confronto con la malattia di lei. E non bastano certo frequenti primi piani non sempre sostenuti adeguatamente dai protagonisti o giochi di montaggi temporali per rendere l'insieme armonioso e naturalmente emozionante. Il tema del dolore e del confronto con la malattia non è una tematica affrontata dai registi a cuor leggero. La discussione si anima sempre intorno a quanto sia opportuno mostrare o raccontare prima di scadere nel patetico o nel voyeuristico. Ma, soprattutto, una vera sfida è riuscire a gestire la materia per creare emozione senza per questo toccare il pietismo o l'esibizionismo. Film come Le Invasioni Barbariche o 50 e 50 sono riusciti nell'intento, ad esempio, affidandosi quasi esclusivamente alla personalità dei loro personaggi e trattando la malattia come un evento con cui scendere inevitabilmente a compromessi senza trasformarlo nel vero protagonista. Un errore, questo, che Ozpetek commette accompagnando la sua Elena attraverso le prime esperienze della chemio e mostrando al pubblico sale e particolari di liquidi iniettati non riuscendo proprio a rinunciare alla drammatizzazione dell'immagine. Una scelta che fortunatamente abbandona a metà della seconda parte, lasciando che il cancro, oltre ad aggredire il corpo, inizi a minare anche il fragile equilibrio della coppia. A dividerli è la consapevolezza dell'inadeguatezza e dall'altra la consapevolezza di una lotta solitaria. Nonostante la discontinuità della narrazione, la sceneggiatura scritta a quattro mani con Gianni Romoli consegna alcuni ritratti umani in cui sarcasmo, ironia e senso della realtà compongono una forza tutta al femminile. In questo caso non ci sono sbavature o eccessi. Ogni donna si muove con grazia, seguendo il ritmo imposto dalla propria natura e dando forma ad un coraggio che non sa di eroismo ma di consapevolezza. Per questo motivo Elena, con la giovane dignità di Kasia Smutniak, racconta la sua disavventura con un tono sempre misurato, mentre alla madre Carla Signoris e alla "zia" con crisi d'identità Elena Sofia Ricci spetta il compito di applicare un'ironia dissacrante e pragmatica il cui scopo è la sopravvivenza a tutti i costi. Accanto a loro, come alla carnalità dell'amante parrucchiera Luisa Ranieri, spicca però la presenza di Paola Minaccioni. Per lei che, oltre ad essere una grande caratterista, è soprattutto un'amica, il regista ha costruito un personaggio in cui dolore e umorismo si sovrappongono costantemente per celare la realtà di una profonda solitudine durante il confronto con la morte. In questo modo Egle, la cui parola d'ordine è "sobrietà" e, per sua ammissione, è dotata di un radar infallibile per i gay, rappresenta l'immagine del rimpianto e del disperato desiderio di sopravvivere nonostante non ci sia più tempo.
    Tiziana Morganti, Movieplayer.it, 28 febbraio 2014

    E come già per 'Magnifica presenza', non è facile racchiudere in una definizione di genere il nuovo film di Ferzan Özpetek. Né aiuta il titolo, che riprende la frase con cui Bette Davis si presentava in scena nel suo 'One Woman Show' citando il suo ruolo più celebre, quello di Margo Channing in 'Eva contro Eva'. Che cos'è allora questo 'Allacciate le cinture'? Inizia come una commedia regionalistica, che raccoglie a Lecce persone con accenti diversi; prosegue come una commedia sentimentale che vira verso il drammatico (un'amica «strappa» l'uomo all'altra); sfocia nel melodramma più puro, quello ospedaliero (dopo uno squarcio semi-sociologico sulla crisi della coppia) ma si impenna nel finale verso un'inaspettata iniezione di fiducia. Anche se, ennesimo salto mortale, lo fa «guardando» al passato e non al futuro. E una definizione onnicomprensiva si allontana sempre più... «Colpa» di Ozpetek e della sua allergia al realismo quotidiano? Meglio, secondo me, ribaltare il punto di vista e lasciarsi contagiare dalla fiducia nella vita che sa trasmettere il regista turco-romano e vedere 'Allacciate le cinture' come una specie di inno alla vitalità e alla forza dell'amore. 'Omnia vincit amor', potrebbe essere un altro titolo possibile (non solo qui ma per tutta l'opera di Özpetek, o quasi), appena un po' attutito da un'altra citazione poetica, questa leggermente meno nobile del verso virgiliano: «Al cuore sai / non si comanda ma», come cantava Mina. Da una parte il senso quasi provvidenziale che guida l'affettività umana: alla fine tutto si risolverà per il meglio e anche gli ostacoli insormontabili finiranno per essere superati. Dall'altra, la spensieratezza (e forse l'incoscienza) di abbandonare se stesso ai palpiti del cuore: non c'è ragione o obbligo che tenga e alla fine anche il più doverista degli uomini (e delle donne) finirà per capitolare di fronte alla forza dell'amore. Come dire che di fronte a un film di Özpetek bisogna essere capaci di abbandonare le proprie «convinzioni» - estetiche, narrative, cinematografiche - per lasciarsi andare al flusso vitale che, da sempre, ha cercato di portare in scena. Flusso che nei primi film era affiancato a un messaggio di civile convivenza e accettazione per chi appariva diverso (a cominciare dagli amori omosessuali) ma che film dopo film si è depurato e trasformato in una specie di concetto astratto. Platonico, se mi è permesso il paragone un po' esagerato. Se non si è disposti ad accettarlo, se si resta attaccati a un realismo di basso conio veristico, difficilmente si potrà entrare in sintonia con un film come 'Allacciate le cinture'. Questo non vuol dire che tutto sia perfetto o che uno non possa preferire altri registri espressivi, più almodovariani o più sirkiani (tanto per fare i nomi di due autori a cui sicuramente Özpetek guarda e ha guardato), ma così facendo c'è il rischio di tagliarsi fuori da ogni possibile sintonia. Bisognerebbe forse risalire alle atmosfere fantastiche e atemporali di un Dieterle ('Il ritratto di Jennie') o a quelle teneramente sentimentali di uno Stevens ('Ho sognato un angelo'), ma sono i giochini un po' sterili di una cinefilia d'antan. Anche se la tenerezza dei sentimenti e un flusso temporale antirealistico sono alla base della storia di Elena e Antonio. (...) Eppure, nonostante una buona parte del film si svolga tra ospedali e pronti soccorsi, l'occhio di Özpetek non è mai cupo o lacrimoso. (...) Ma soprattutto rimescola ancora una volta la consequenzialità delle azioni per regalare una risata finale che sorprende lo spettatore e nello stesso tempo lo rassicura, riuscendo a trasmettere un'iniezione di fiducia tanto contagiosa quanto irrazionale. Proprio come è quell'energia del cuore che a volte può scompigliare la vita ma che finisce anche per convincerci che quella vita scompigliata vale la pena di viverla fino in fondo.
    Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 marzo 2014

    Bentornati a Ferzanopoli, la città che Ferzan Özpetek va edificando da una quindicina d'anni. Sulle mappe non si trova, anche se è fatta con pezzi di Roma, Istanbul e ultimamente di Lecce. Chi ha visto i film del regista italo-turco però la riconosce subito. Ferzanopoli infatti è una specie di proiezione fantastica, una citta ideale in cui i sentimenti sono (molto) più importanti della vita materiale, dunque gli amici non si perdono mai di vista, le famiglie oltre che allargate sono calde, comprensive, e perfino rabbia e tristezza prima o poi generano qualcosa di nobile. Magari grazie a strani cortocircuiti tra passato e presente. Naturalmente Ferzanopoli piace molto agli italiani, che tra slanci e passioni ritrovano il loro lato migliore. E qui 'Allacciate le cinture' è addirittura esemplare. (...) Ma l'emozione resta sospesa, più evocata che vissuta. Come se quei personaggi esangui e un poco programmatici restassero pedine, ostaggio di un mondo ormai così noto da diventare fin troppo 'comodo', per tutti. Spettatori e autori.
    Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 marzo 2014

    Preannunciato da un bel piano sequenza al ralenti, dei piedi dei passanti che cercano di sfuggire agli scrosci di pioggia, il film inizia nelle strade di Lecce quando s'incontrano e fanno scintille la brava ragazza borghese Elena (Smutniak) e il razzista e palestrato meccanico Fabio (Arca). Attorno al loro arduo eppure caldo connubio (si sa, gli opposti s'attraggono) sfarfalleggia il campionario d'umanità caro a Özpetek: famiglie disfunzionali, gay con il muscolo in vista, zie sciroccate, donne col cuore grande o sull'orlo dell'esaurimento nervoso, innamorati cullati dall'eco di canzoni ad hoc (quella di Rino Gaetano, recuperata per l'occasione, è peraltro stupenda). Gli approfondimenti psicologici non sono obbligatori in un clima di agrodolce commedia, ma quello che stride è la storia dei dialoghi più che mai inclini alla banalità aneddotica, purtroppo incrementata dall'invadenza degli sfondi pugliesi, tanto patinati quanto inflazionati. Nel secondo movimento, l'avvento di una funesta malattia precipita la storia nel melodramma, esibendo un'inversione d'atmosfere non priva di originalità, ma narrativamente debole, indecisa, un po' in stile fiction tv della domenica sera. Özpetek è un professionista intelligente e capace, ma non si può sposarlo anche quando usa i suoi tic come visto d'ingresso per gli aficionados.
    Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 marzo 2014
  • Il Regista
    Nato ad Istambul nel 1959, si trasferisce in Italia nel 1978 per studiare Storia del Cinema all'Università "La Sapienza" di Roma. Completa la sua formazione frequentando corsi di storia dell'arte e del costume all'Accademia Navona e quelli di regia all'Accademia d'arte drammatica "Silvio D'Amico". Nel 1982 inizia la sua attività come assistente alla regia prima con Massimo Troisi con il film "Scusate il ritardo", poi con Maurizio Ponzi con il film "Son Contento". Il suo debutto come regista avviene nel 1997 con il film "Il bagno turco - Hamam" che ha avuto un grande successo di critica e di pubblico sia in Italia che all'estero, anche grazie al contributo della Quinzaine des realisateurs di Cannes. Nel 1999 ha girato "Harem suare", presentato nella sezione "Un certain regard" del Festival di Cannes e invitato in festival internazionale come Toronto, Palm Spring e Londra. Nel 2001 è la volta di "Le fate ignoranti".


ARCHIVIO FILM

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di Danny Boyle

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di Neill Blomkamp

L'INTREPIDO
di Gianni Amelio

UN PIANO PERFETTO
di Pascal Chaumeil

BLING RING
di Sofia Coppola

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ZORAN, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski

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di Christophe Offenstein

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di Pierfrancesco Diliberto

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di Woody Allen

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di Stephen Frears

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di David O.Russell

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di Oliver Hirschbiegel

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di Lee Daniels

IL CAPITALE UMANO
di Paolo Virzì

TUTTA COLPA DI FREUD
di Paolo Genovese

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese

I SEGRETI DI OSAGE COUNTY
di John Wells (II)

12 ANNI SCHIAVO
di Steve McQueen (II)

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di Akiva Goldsman

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di George Clooney

SOTTO UNA BUONA STELLA
di Carlo Verdone

ALLACCIATE LE CINTURE
di Ferzan Özpetek

NOAH
di Darren Aronofsky

FINO A PROVA CONTRARIA - Devil's Knot
di Atom Egoyan

STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI
di Brian Percival