VENERE IN PELLICCIA

RegiaRoman Polanski
CastMathieu Amalric (Thomas), Emmanuelle Seigner (Vanda), Soggetto: Leopold von Sacher-Masoch (romanzo), David Ives (Pièce Teatrale)
GenereCOMMEDIA, NOIR
Anno2013
NazioneFRANCIA
Distribuzione01 DISTRIBUTION
Durata96'
VENERE IN PELLICCIA
Sceneggiatura: Roman Polanski
Fotografia: Pawel Edelman
Musiche: Alexandre Desplat
Montaggio: Hervé de Luze Margot Meynier
Scenografia: Jean Rabasse
Arredamento: Philippe Cord'homme
Costumi: Dinah Collin
Tratto da: pièce teatrale "Venere in pelliccia" di David Ives, tratta dal romanzo omonimo di Leopold von Sacher-Masoch (ed. ES, coll. Classici dell'eros)
Produzione: R.P. PRODUCTIONS, A.S. FILMS, MONOLITH FILMS


La Storia


Parigi. Dopo aver passato una intera giornata in teatro a supervisionare audizioni di attrici per la sua nuova pièce, Thomas si lamenta al telefono dello scarso rendimento delle candidate. Nessuna ha i requisiti necessari per il ruolo della protagonista. Poi, mentre Thomas si prepara ad andare via arriva Vanda, una ragazza impertinente, dotata di un'incredibile e sfrenata energia, che incarna tutto ciò che lui odia di più: è volgare, senza cervello e soprattutto pronta a tutto pur di ottenere la parte. Tuttavia, il regista decide suo malgrado di darle una chance. Scoprirà con stupore la metamorfosi della ragazza: non solo è fornita di oggetti di scena e costumi, ma ha capito profondamente il carattere del personaggio e ne conosce a memoria le battute. Man mano che il provino prosegue, l'intensità tra i due aumenta e l'attrazione che Thomas prova verso Vanda diventa ossessione...

La Critica


Dopo il quartetto di Carnage Roman Polanski torna con un duo ad affrontare un testo teatrale; se infatti di base all'origine c'è il libro omonimo datato 1870 il film è l'adattamento per lo schermo di uno spettacolo di David Ives. La scena iniziale si preoccupa di segnalarci questa origine con un camera-car in piano sequenza che, mentre si anuncia un temporale, ci conduce da un viale alberato a un teatro alla cui insegna manca una lettera. All'interno troviamo le scene, ormai inutili, di un musical belga ispirato a Ombre rosse che non avrà repliche. Tutto il cinema di Polanski si nutre dell'ambiguità del vivere e del degrado che spesso si nasconde dietro apparenze di rispettabilità. Su questa scena in cui le identità di uno spettacolo da farsi e di uno che non si farà più si mescolano inestricabilmente, agiscono un uomo e una donna. Entrambi entrano ed escono da parti assegnate o scelte a schermi e scudo delle loro identità più profonde. Non smarrendo mai il fil rouge della commedia, Polanski vi annoda sviluppi di dramma esistenziale. Il teatro e il cinema (che ne espande a livello universalle la visibilità) sin dalle loro reciproche origini si sono interrogati sul gioco della seduzione. Polanski non ha mai smesso di indagarne i processi e la sua filmografia ne costituisce la migliore testimonianza. In questa occasione, avvalendosi di due attori come Seigner e Amalric, riesce ad evidenziare luci ed ombre di un gioco che si rivela perverso non tanto sul piano del banale incontro tra sadismo e masochismo. In Venere in pelliccia si va oltre, si mettono a nudo non i corpi ma le anime con il loro lato oscuro, con le verità non dette, con i ruoli che uomini e donne si trovano a recitare in quel copione non scritto che chiamiamo vita.
Gincarlo Zappoli, Mymovies.it, settembre 2013

Evitando prediche e banalità sulla guerra tra i sessi - quello 'femminista' è solo il lato più esteriore del film - per darci una riflessione vertiginosa e insieme esilarante sul mestiere dell'attore; sui doppi e tripli fondi nascosti in ogni vera interpretazione (a complicare il gioco di specchi, Amalric è quasi un sosia di Polanski giovane); sull'intreccio tra potere e seduzione che sottende ogni lavoro di messinscena (non si tratta solo di donna contro uomo, ma di attrice contro regista). Suprema ironia: contrariamente a quanto avrebbe fatto il 99 per cento dei registi di oggi, per riprendere questo duello che potrebbe anche essere un sogno, dominato regalmente da sua moglie Emmanuelle Seigner, Polanski ha usato una sola macchina da presa, non due o tre per poi scegliere al montaggio. E non è un dettaglio tecnico. E il segno di una supremazia che è il soggetto stesso di questo film irresistibile. Solo se visto in originale, vista la banalizzazione inferta dal doppiaggio italiano.
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 novembre 2013

"Dopo i quattro memorabili contendenti di 'Carnage', Polanski fa ancora economia e, sempre ispirato dal teatro che da sempre è sua linfa vitale, li riduce a due, classici contendenti: un uomo e una donna, anzi un regista e un'aspirante attrice. Il mondo esterno non esiste nel film in cui il regista sedimenta e metaforizza il suo da sempre acceso erotismo: siamo nella platea vuota di un teatro, il regista si appresta ad uscire, fuori piove, ma una ragazza, un po' cialtrona e anche stracciona, si fa avanti chiedendo audizione per la parte di Wanda in 'Venere in pelliccia' (zibellino tartaro!). (...) Tratto dalla commedia di David Ives, in scena a Broadway dal 2010, ora edita nei Bur Rizzoli, il film è una bella boccata di aria chiusa, alla Polanski, gioco al massacro che ricorda i suoi sadomasochismi non sospetti ('Cul de sac', 'Luna di fiele') e cita il finale di 'Che?' la scena in cui la donna nuda sta in piedi soverchiando l'uomo. Nulla di volgare, siamo nella zona protetta dal genio registico e dal gusto claustrofobico degli ambienti e dei sentimenti: in 90', il regista confeziona un thriller d'amore e odio in cui le posizioni si ribaltano di continuo. Emmanuelle Seigner brava nella metamorfosi di vecchio rancore, ma la scoperta è Mathieu Amalric che si trasforma in un Polanski giovane, facendo in modo che il sudoku degli affetti si faccia più inestricabile con una terza presenza invisibile.
Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 novembre 2013

Come e più di Carnage, Venus in Furs di Roman Polanski, in concorso a Cannes 2013, è un film essenziale nella sua messa in scena, ma ricchissimo e stratificato a livello di scrittura: due soli attori in scena per l'ora e trentacinque di durata, scenografia e luci teatrali, sceneggiatura che si muove tra più piani che si influenzano tra loro con l'evolvere dei personaggi e del rapporto tra i due.
Uno script firmato dallo stessi Polanski con David Ives da una commedia di quest'ultimo e che brilla di (auto)ironia, citazioni e dialoghi intelligenti, nel quale non è difficile scorgere una certa dose di autocritica da parte del regista franco-polacco.
Inutile dire che un film del genere non può funzionare senza una prova di valore di entrambi gli interpreti e Polanski può avvalersi di due protagonisti perfetti per i rispettivi ruoli: Emmanuelle Seigner, attuale moglie del regista, si muove tra le due Vanda con naturalezza, alternando la schietta volgarità della prima alla decisa dolcezza della seconda, senza mai affievolire la forza sprigionata dalla sua figura; Mathieu Amalric si veste letteralmente da Polanski (sembra di vedere il giovane Roman de L'inquilino del terzo piano) e comunica orgoglio, insicurezze e fragilità del suo Thomas. È inoltre tangibile l'alchimia tra i due, il modo in cui le loro battute si alternano e i loro corpi si influenzano pur toccandosi raramente.

Con maestria il regista gestisce la scena, con luci e suoni (magnifici i lievi effetti che sottolineano gesti fittizi: il tintinnio del cucchiano mentre fingono di prendere un caffè; il fruscio della carta durante la firma di un finto contratto), spazi, ombre e musica. Ancora una volta Polanski parte dal teatro e lo trasforma in grande cinema, mostrando una visione ed una capacità tecnica che non si affievolisce col passare degli anni, indice di un purissimo talento.
Antonio Cuomo, Movieplayer.it, 25 maggio 2013

(...) fra la realtà e il teatro, all'insegna di una ambiguità totale. Polansky è soprattutto su questa ambiguità che ha puntato fino a farne un gioco tra le cui pieghe più l'azione si svolge e più si fa serio se non addirittura doloroso specie quando le umiliazioni accettate con gioia dall'uomo si fanno crudeli e quando gli atteggiamenti duri e spietati della donna tendono a far calare sulla vicenda cupi echi funebri. La conclusione, ballata e in musica, non convince del tutto, ma il film, nel suo complesso riesce spesso a giustificare la firma del suo autore per le immagini plumbee, per il taglio rapido delle scene, pur non raggiungendo l'asprezza e l'arsura che pesavano sui tre personaggi di 'Carnage', l'altra recente fatica di Polanski. I climi decisamente ambigui cui si tende fin dall'inizio trovano anche sostegno nell'interpretazione dei due protagonisti perché Mathieu Amalric come Thomas è truccato in modo da somigliare a Polanski giovane - lo stesso taglio di capelli a caschetto di quando l'ho incontrato nel '62 alla Mostra di Venezia per 'Il coltello nell'acqua' - e chi lo affianca come Vanda è Emmanuelle Seigner, proprio la moglie di Polanski. Pronti entrambi a sfoggiare, nella versione originale francese tutte quelle sfumature psicologiche e anche fonetiche che i loro personaggi esigevano.
Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 14 novembre 2013

Più che un film, il nuovo di Polanski è un gioco di specchi infinito. In La vénus à la fourrure il teatro si specchia nel cinema, l’arte nel suo autore, la manipolazione nel manipolato, l’uomo nella donna, la realtà nella finzione, il regista Roman Polanski nel suo attore, nel suo cinema, nella sua vita, in sé stesso. Adattamento cinematografico di un pièce teatrale di David Ives, anche cosceneggiatore con lo stesso regista, La vénus à la fourrure non vede protagonisti la moglie del suo autore, Emmanuelle Segnier e un Amalric conciato come il giovane Polanski per caso. Ma perché tutto si deve rispecchiare, deve riecheggiare, deve rimandare. Teatrale e tutto costruito sull’unità di tempo e di luogo come Carnage, La vénus à la fourrure ammicca a Luna di fiele, L’inquilino del terzo piano, Per favore non mordermi sul collo: è Polanski, in tutto e per tutto, nella sua capacità di rendere scorrevole e mai (troppo) pedante un cinema quasi interamente teatralizzato e nel suo ammiccare costantemente a sé stesso, per sé stesso, e solo dopo per lo spettatore. Il rischio, però, è che tutta questa autoreferenzialità e che la circolarità dei ragionamenti non certo originali o nuovi tirati in ballo dal film finiscano col non coinvolgere del tutto chi guarda e viene utilizzato come una sorta di pedina nel gioco di rimandi del film. Nonostante l’interpretazione davvero ottima di un Mathieu Amalric mai troppo sopra e mai troppo sotto le righe, e nonostante la Segnier abbia comunque il giusto fisique du role per la parte, quello di Polanski è un film che soffre per la compressione di un cinema che emerge solo in paio di scene, diversamente dalla pervasività che animava gli spazi ancor più angusti di Carnage. Si rimane allora aggrappati al gioco delle parti tra i due protagonisti, a quello linguistico, tagliente, colto e raffinato delle battute che pronunciano al progressivo cambiare di segno dei rapporti di potere, disinteressandosene a tratti, distratti dal sorriso sardonico di Polanski che rimane onnipresente e sottostante ad ogni passaggio, dalla sua sempre straordinaria e coerente consapevolezza. Pervasiva, come la colonna sonora di un Alexandre Desplat in tono minore.
Federico Gironi, Comingsoon.it, 25 maggio 2013

Il Regista


Nasce a PARIGI il 18-08-1933 da una famiglia di emigrati polacchi che si trasferisce a Cracovia due anni prima dell'avvento della Seconda Guerra Mondiale. Quando i nazisti arrivano in Polonia, tutta la famiglia viene rinchiusa in un ghetto. Nel 1941 sua madre viene prelevata dalle SS e deportata ad Auschwitz, dove morirà. A sette anni riesce a fuggire dal ghetto di Varsavia, aiutato dal padre che rivedrà solo molti anni dopo. Riesce a sopravvivere nonostante le terribili esperienze subite, una tra queste quando viene preso di mira da un gruppo di soldati tedeschi che si diverte a prenderlo come bersaglio e a vederlo saltellare terrorizzato per evitare i colpi. Dopo fughe e una vita difficile, Polanski entra alla scuola di cinema di Lodz nel 1957 e nel frattempo lavora come attore. Si diploma nel 1959 dopo aver girato come studente degli originali cortometraggi. Nel 1962 esordisce con un lungometraggio, "Il coltello nell'acqua". Nel 1965 si trasferisce in Inghilterra per realizzare "Repulsion" il film vince l'Orso d'argento al Festival di Berlino e segna l'inizio della sua collaborazione con lo sceneggiatore Gérard Brach. Nel 1966 è la volta di "Cul-de-sac" premiato con l'Orso d'oro a Berlino. Nel 1968, dopo aver divorziato dall'attrice polacca Barbara Lass, sposa a Londra l'attrice americana Sharon Tate che sarà la protagonista di "Per favore ... non mordermi sul collo!" (1967). Il successo continua con il suo trasferimento in America. Qui dirige l'opera che gli dà molta notorietà e che a tutt'oggi viene considerata la sua migliore, "Rosemary's Baby" (1968). Nel 1969 la tragedia lo colpisce ancora duramente. Il 9 agosto la setta satanica capeggiata da Charles Manson irrompe nella sua villa di Los Angeles e uccide barbaramente la moglie incinta di otto mesi. A Polanski occorrono due anni per riprendersi dal terribile choc. Nel 1974 ottiene una nomination all'Oscar per la regia per "Chinatown", uno dei suoi film più famosi. Nel 1976 è costretto a trasferirsi in Europa per motivi giudiziari - viene accusato di aver sedotto una modella di soli 13 anni - e da allora non è più tornato negli Stati Uniti. In Europa gira "L'inquilino del terzo piano" (1976), da lui stesso interpretato. Nel 1979 realizza "Tess" dal testo che gli aveva fatto leggere la moglie Sharon e che lui aveva visto come protagonista. Nel 1981 si dedica al teatro mettendo in scena e interpretando "Amadeus" di Peter Schaffer. Nel 1984 pubblica la sua autobiografia "Roman by Polanski". Il successo ritorna con "Frantic" (1988), dove Harrison Ford interpreta il ruolo di un medico americano che giunto a Parigi per un congresso, si accorge che la moglie è stata rapita. Nel 1992 è la volta del torbido "Luna di fiele", un dramma che affonda nella perversione sessuale di una coppia in crociera sul Mediterraneo. Nel 1993 riceve il Leone d'Oro alla carriera. Nel 1999 torna a giocare col genere demoniaco, "La nona porta", interpretato da Johnny Depp, mentre nel 2002, con "Il pianista" (David di Donatello 2003 come miglior film straniero) affronta il tema dell'Olocausto, da lui vissuto in prima persona. Il film riceve nove candidature all'Oscar 2002 e si aggiudica tre statuette: miglior regia per lo stesso Polanski, miglior attore protagonista (Adrien Brody) e miglior sceneggiatura non originale (Roman Harwood). Nel 2005 torna a un testo letterario e dirige "Oliver Twist" basandosi anche sui ricordi personali delle sue infantili sofferenze di piccolo ebreo nella Polonia occupata dai nazisti. Intanto Roman ha continuato a fare l'attore, protagonista in "Zemsta" dell'amico Wajda o un cameo in 'Caos calmo' di Moretti e nel 2007 è stato inviato con altri 33 colleghi a partecipare al film collettivo per i 60 annni del Festival di Cannes. Festival dove l'anno successivo, la filmmaker Marina Zenovich ha presentato 'Roman Polanski: wanted and desidered' un documentario con interviste, documenti visivi dell'epoca che mettono in una luce diversa l'episodio per cui Roman ha dovuto lasciare gli USA. Testimonianze che aiutano a capire ciò che può accadere quando un giudice affamato di scandali lascia che l'opinione pubblica e i mass media entrino di prepotenza nei tribunali. E' sposato dal 30 agosto 1989 con l'attrice francese Emmanuelle Seigner da cui ha avuto due figli, Morgane e Elvis.

credits


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