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LA PELLE DELL'ORSO

RegiaMarco Segato
CastMarco Paolini (Pietro Sieff), Leonardo Mason (Domenico Sieff), Lucia Mascino (Sara), Paolo Pierobon (Crepaz), Maria Paiato (Sig.ra Dal Mas), Mirko Artuso (Franco), Valerio Mazzucato (Bruno), Massimo Totola (Toni Dal Mas), Silvio Comis (Santin)
GenereDRAMMATICO
Anno2016
NazioneITALIA
DistribuzionePARTHÉNOS
Durata92'
LA PELLE DELL'ORSO
 
Soggetto: Matteo Righetto - (romanzo), Marco Segato
Sceneggiatura: Enzo Monteleone, Marco Paolini, Marco Segato
Fotografia: Daria D'Antonio
Musiche: Andrea Felli
Montaggio: Paolo Cottignola, Esmeralda Calabria
Scenografia: Leonardo Scarpa
Costumi: Silvia Nebiolo
Suono: Remo Ugolinelli, Alessandro Palmerini
Tratto da: romanzo "La pelle dell'orso" di Matteo Righetto (Ugo Guanda Editore)
Produzione: FRANCESCO BONSEMBIANTE PER JOLEFILM CON RAI CINEMA
  • La Storia
    Anni Cinquanta. In un villaggio nel cuore delle Dolomiti vivono Domenico, un ragazzino sveglio ma introverso, e il padre Pietro, un uomo consumato dalla solitudine e dal vino, che per campare lavora alle dipendenze di Crepaz. Il rapporto tra padre e figlio è aspro e difficile, i lunghi silenzi li hanno trasformati in due estranei. Una notte la tranquillità della valle viene minacciata dal "diaol", il diavolo, un orso vecchio e feroce che ammazza una vacca dentro una stalla. La comunità è in preda a un terrore superstizioso e non ha la forza di reagire. Una sera all'osteria in uno scatto d'orgoglio, Pietro lancia una sfida a Crepaz: ammazzerà l'orso in cambio di denaro. La sfida viene raccolta tra le risate e lo scetticismo generale. È l'occasione che Pietro aspettava da tempo, il mattino dopo, senza dir nulla a nessuno parte per la caccia. Domenico lo viene a sapere e decide di seguirlo. A sua volta abbandonerà la sicurezza del paese per avventurarsi verso l'ignoto. Padre e figlio si immergono nei boschi, sempre più a fondo, fino ad esserne inevitabilmente trasformati. A poco a poco si riavvicinano, si riconoscono e il muro che li separava si sgretola nell'immensità della natura.
  • La Critica
    Marco Segato, autore di documentari e regista teatrale formatosi all'Università di Padova e alla factory delle Scuole Civiche di Cinema di Milano, debutta al lungometraggio con una storia narrata in purezza, tratta dal romanzo di formazione "La pelle dell'orso" di Matteo Righetto. E fa una serie di scelte di grande saggezza e umiltà: scrive la sceneggiatura insieme a Marco Paolini, protagonista del film nei panni di Pietro (e soggetto di alcune regie teatrali di Segato), ed Enzo Monteleone; sceglie come direttrice della fotografia Daria D'Antonio, eccezionale nel far emergere le figure dal buio e nel dosare il fuoco fra primo piano e sfondo; affida i ruoli principali a Paolini e al giovanissimo ma efficace Leonardo Mason, e affianca loro un cast di interpreti di spessore, da Lucia Mascino a Paolo Pierobon a Maria Paiato; abbina al montaggio il "veterano" Paolo Cottignola (David di Donatello per Il mestiere delle armi) e la pluripremiata Esmeralda Calabria; infine costruisce un manto sonoro che riequilibra silenzi della montagna e dialoghi limati all'osso con le musiche di Andrea Felli (il suono è di Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini).
    Vale la pena fare tanti nomi perché La pelle dell'orso è un lavoro di squadra capitanato con mano salda da un regista tanto abile nel delegare alle eccellenze quanto nel dare loro la linea da seguire: il risultato è un film solido e coeso che riesce a raccontate con nitore e parsimonia il passaggio di potere e competenze che deve avvenire fra un padre e un figlio, costruito attraverso reciproci appostamenti che occasionalmente coinvolgono anche un orso (assai ben filmato), funzionale alla formazione di un uomo, o forse anche di due.
    La durezza dei personaggi e dei paesaggi è ben servita da una regia che rifiuta la spettacolarizzazione senza per questo rinunciare all'accessibilità narrativa, e i volti intagliati nel legno dei protagonisti contribuiscono al racconto più delle loro parole scarne e schive. A poco a poco ognuno svelerà i propri segreti, con pudore e sollievo: perché i macigni sulla coscienza non si spaccano con la vanga, ma con la capacità di ascolto.
    Paola Casella, Mymovies.it, ottobre 2016

    (...) Marco Paolini, che interpreta Pietro, sostiene che il suo personaggio “non è un genitore modello. Non è una figura educativa e non riesce a colmare il vuoto lasciato dalla madre, morta alcuni anni prima”. Poi interviene il regista: “La pelle dell’orso è un film di genere, che intrattiene il pubblico con un cinema di qualità. Siamo partiti da una passione comune per il western, e abbiamo deciso di ambientare la storia sulle montagne. Non volevamo raccontare l’Italia di oggi, con la crisi e la disoccupazione. L’obiettivo era quello di spingersi verso una narrazione più originale, che può contare su qualche meccanismo ben rodato, come quello del rapporto padre figlio”.
    Lucia Mascino veste i panni di Sara, una donna a tratti misteriosa. “Il mio sogno è quello di tendere sempre di più a figure che si avvicinano a Clint Eastwood. Sara è una specie di enzima che, da quando entra in scena, velocizza il processo di riappacificazione tra i due protagonisti. Porta il calore nella solitudine di Pietro, e spinge Domenico a parlare col padre”. L’uomo – orso è Marco Paolini, che di caccia se ne intende. “Mario Rigoni Stern insegnava che bisogna avere pochi colpi in canna, perché non c’è abbastanza tempo per reagire. Nella scena delle pallottole, ho insistito perché fossero poche: tre, al massimo quattro. Non è per essere sportivi, ma perché le possibilità di colpire il bersaglio non sono molte”. Poi passa al film: “Il nostro è uno sguardo su un mondo chiuso, in cui tutti si conoscono, ma agli estranei non è concesso di sapere molto. Per questo non abbiamo approfondito alcuni aspetti che riguardano il passato di Pietro e la guerra. Il ragazzo, crescendo, vorrebbe conoscere la verità sulla morte della madre, ma è ancora troppo giovane”.
    Infine non ci si può dimenticare dell’orso, e Paolini racconta la battaglia finale: “Abbiamo utilizzato due animali veri e non è stato facile. La bestia era alta due metri e mezzo, e a dividerci c’era solo un filo di metallo. Il domatore era al mio fianco ed è stato bravissimo. Per me è stata un’esperienza indimenticabile”.
    Gian Luca Pisacane, Cinematografo.it, 27 ottobre 2016

    NOTE DI REGIA
    Mentre leggevo La pelle dell’orso, il libro di Matteo Righetto da cui il film è stato tratto, ho subito pensato di aver trovato il soggetto ideale per raccontare la “mia storia”, quella di un viaggio al contempo fisico e spirituale, un’esperienza iniziatica per il giovane protagonista che lo spinge a riavvicinarsi al padre dopo anni di silenzi amplificati dall’assenza della madre e dalla vita dura di montagna. Rispetto al libro volevo disegnare un mondo più duro e complesso, e trovare un equilibrio tra il racconto di genere, le suggestioni fantastiche e l’intimità di un rapporto difficile tra padre e figlio. È nata così la sceneggiatura, scritta insieme a Enzo Monteleone e a Marco Paolini.
    Il film racconta la grandezza del piccolo uomo mentre affronta la grande bestia, il superamento di quella linea d’ombra che segna l’uscita dell’uomo dall’età dell’innocenza per entrare in quella delle grandi sfide contro i mostri della natura e dello spirito. Oltrepassi la linea e non sei più lo stesso. E così sarà per Domenico. Le prove della vita non si superano senza coraggio, il coraggio per combattere non solo l’orso ma anche il dolore per una perdita e la paura del futuro. Temi e strutture presenti nei grandi romanzi americani, da Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain ai racconti di Ernest Hemingway e Jack London. A questi riferimenti si sovrappone l’epos antispettacolare dei racconti e dei romanzi di Mario Rigoni Stern, una lezione importante soprattutto per la descrizione dei boschi, delle montagne e delle vite degli uomini che li abitano. Uno stile che si sofferma sulla contemplazione della natura, sui piccoli gesti, sui momenti sospesi, attento alle vite degli uomini semplici e alla loro relazione con il mondo contadino.
    Era mia intenzione fare un film che esplorasse le regole del “genere” senza però rimanerne schiacciato. Ne è uscito un film molto personale, intimo ed essenziale, nell’osservare da vicino gli stati d’animo dei protagonisti e il loro conflitto. Una fiaba nera ancorata alla realtà, dove il realismo della vicenda viene spinto al limite fino a sfiorare il fantastico. Come per l’orso, elemento quasi soprannaturale, che nella storia incarna tutte le paure più ancestrali. Il bosco quindi è il luogo centrale dello scontroincontro tra padre e figlio, tra Domenico e el Diàol. Qui è la natura a imporre le proprie regole e gli uomini sono costretti a rispettarle.
    Fin da subito ho pensato a Marco Paolini nel ruolo del padre e lui ha accettato una doppia sfida: quella di mettersi nelle mani di un regista esordiente e quella di indossare una maschera inedita, da costruire con silenzi e sguardi, in un film un po’ anomalo per i canoni del cinema italiano.
    Marco Segato
  • Il Regista
    Nato nel 1973 a Padova. si è laureato in Storia e critica del Cinema con il prof. Gian Piero Brunetta alla facoltà di Lettere dell’Università di Padova. Successivamente ha frequentato il Master di Documentario presso le Scuole Civiche di Cinema di Milano. Nel 2007 è stato assistente alla regia del film di Carlo Mazzacurati La giusta distanza. Collabora da molti anni con Jolefilm, con cui ha realizzato, come regista e autore, i film documentari Ci resta il nome (2007) e Via Anelli (2
    008). Per il teatro ha curato la regia video de Il sergente di Marco Paolini (2007) e ha collaborato ad altri spettacoli di Paolini, tra questi Ausmerzen (2011) e Fén (2013). Nel 2008 ha inoltre curato la regia video di Pensavo fosse Bach, concerto spettacolo del violoncellista Mario Brunello per Sky Classic. Nel 2012 ha scritto e diretto L’uomo che amava il cinema, film documentario prodotto da Jolefilm e presentato alle Giornate degli Autori della 69. Mostra del Cinema di Venezia. Cura la direzione artistica di Detour, Festival del Cinema di Viaggio e di Euganea Film Festival e collabora con l'Università IUAV di Venezia.